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Quando c’è un problema, guardare attorno. Per vedere avanti

Quando c’è un problema, guardare attorno. Per vedere avanti
22/10/2019

Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica
H. San Raffaele Resnati, Milano

Per gentile concessione di D La Repubblica
La ragazza entra preoccupata, con i genitori. Bruna, occhi neri, svegli, scrutanti. Bocca chiusa, volto teso. Viene da lontano, da un paese di montagna. Ventitré anni, studentessa universitaria, ottimi voti. Fidanzata da cinque anni con un coetaneo, ha un problema di cui si vergogna. Che la umilia e non la fa sentire donna. Dopo anni di pianti segreti ha trovato il coraggio di parlarne con la mamma, che ne ha parlato con il papà. I genitori non hanno mai sentito parlare di un problema così: «Che sia fatta male, la nostra Lucia? Che abbia una malformazione? Com’è possibile che non riesca ad avere rapporti?».
L’accompagnano, inquieti. Colgo lo sguardo imbarazzato della ragazza, molto riservata. Chiedo di poter continuare il colloquio solo con lei, li rivedrò alla fine dell’incontro.
«Mi racconti quello che sente, Lucia, quello che prova, quando sta con lui».
«Ho desiderio, tanto, quando lui non è con me. Ma quando siamo insieme e lui si avvicina, mi prende il terrore, un’angoscia tremenda. Sudo freddo, mi gelo. Ho un muro lì. Se lui solo mi sfiora, mi sento come se dovessi morire. Lui è tanto dolce, ma è più forte di me. Lo spingo via, piango. Un disastro. Non ne ho parlato neanche con la mia migliore amica. Troppa vergogna. Il mio ragazzo ha cominciato a cercare su Internet. Abbiamo letto i suoi articoli sui rapporti impossibili: sembra che parli di me. Forse c’è una soluzione, abbiamo pensato. Questo mi ha dato il coraggio di parlarne con mia mamma. Lei pensa che io abbia un vaginismo, come lo chiama lei?».
«Brava, anzi bravi! I sintomi sono quelli che lei mi ha descritto. Se la visita lo conferma, la strada è in discesa. Basta curare in parallelo le ragioni del corpo, la parte fisica, biologica del vaginismo, la fobia del rapporto, con i farmaci giusti; lo spasmo dei muscoli che circondano la vagina, con la fisioterapia; e le ragioni della psiche, quelle emotive, con una psicoterapia breve. Potrà avere rapporti felici con il suo ragazzo, come tutte le donne del mondo».
«Me lo dice per consolarmi?».
«No Lucia, anzi! Per prudenza prometto un po’ meno di quello che penso di poter dare. Sa, mi tengo un po’ di spazio di riserva…».
Sorride, finalmente. In realtà la storia clinica, l’anamnesi medica completa che è saggio fare indipendentemente dal problema portato in consultazione, mi ha già dato un elemento di maggiore inquietudine, molto più del vaginismo. Un problema alla volta, mi dico. La visita conferma un vaginismo severo, con una fobia che rende impossibile anche solo avvicinarsi ai piedi, e uno spasmo dei muscoli pelvici, con una contrazione serrata degli adduttori.
«Tranquilla, non mi sono nemmeno messa i guanti. Il suo corpo mi ha già detto tutto. E’ proprio un vaginismo: con le cure giuste potrà essere felice anche nell’intimità».
«Davvero non mi visita?».
«No, sarebbe un’inutile violenza. Prima bisogna ridurre la fobia con i farmaci, e aiutarla a prendere confidenza con il suo corpo da sola. Senza mai forzare. Se il suo corpo sente che rispettiamo la sua paura, si fiderà. E lei con lui».
«Mi sento stanchissima!».
«Comprensibile, oggi per lei è stato uno stress tremendo. I primi incontri sono i più difficili, poi la terapia vola!».
Sorride. Spiego la cura, i farmaci necessari, gli esercizi da fare, l’aiuto psicoterapico. Quando la vedo tranquillizzata, aggiungo: «Mi ha detto che le hanno diagnosticato la celiachia, che è una malattia autoimmune, quando aveva 15 anni, giusto? Le è stato spiegato che quando il sistema immunitario comincia a sbagliare, può attaccare altri organi, per esempio la tiroide o l’ovaio?».
«No, mai».
«Allora dosiamo l’ormone anti-mulleriano (AMH), che ci dice la riserva ovarica, con un piccolo prelievo di sangue. Per vedere se va tutto bene o se il sistema immunitario ha cominciato ad assediare anche le ovaie».
«Senza disturbi?».
«Il ciclo irregolare, che ogni tanto “salta”, come dice lei, è un altro segnale di attenzione…».
Alla visita successiva, Lucia è più tranquilla. Ha fiducia di poter risolvere il problema, ha risposto molto bene ai farmaci. Fa tutti gli esercizi con cura: la sua motivazione, e quella del ragazzo, fanno miracoli. La prognosi è eccellente. L’AMH, bassissimo, inquieta me. E molto. Spiego a lei, e ai genitori che rientrano per salutarmi, che le ovaie sono in difficoltà e che è opportuno salvare i pochi ovociti rimasti.
«Troppo pochi», dice la collega di grande esperienza a cui invio Lucia per la crioconservazione.
Disperazione in famiglia. Rientrati al paese, si parlano allora i due padri, da soli. «Se non gli diamo una mano a questi ragazzi, resteranno senza figli. Se li aiutiamo, finiscono di studiare. Intanto vediamo se Dio esiste e ci aiuta anche lui».
Parlano con le mogli. Poi con i due figli insieme. Tutti d’accordo. «Cerchiamo un appartamentino, ragazzi, noi vi aiutiamo».
Pensando avanti, avevo dato l’acido folico e i polivitaminici preconcezionali. Anche al ragazzo, che ho conosciuto: «Perché il “cicogno” ha il 50% delle azioni…».
Rapporti liberi, e che siano benedetti. La gravidanza inizia bene. Un anno dopo mi portano trionfanti una bimba stupenda, occhi nerissimi e profondi, piena di energia.
Finito l’allattamento, la celiachia presenta il suo conto. Le ovaie tacciono. Per sempre.
Una menopausa precocissima, da curare bene. In tempi di medicina iperspecialistica, è necessario fare sempre una valutazione clinica completa. Quando c’è un problema, è saggio guardare attorno. Per vedere avanti.

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