EN

Perché le donne non denunciano lo stupro

27/11/2006

Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica H. San Raffaele Resnati, Milano

Perché più del 92.6 per cento delle donne stuprate in Italia non denuncia la violenza subita? E perché dopo l’aumento di fiducia nel valore della denuncia, dagli anni Novanta in poi, specie in ambito metropolitano, si assiste oggi a un nuovo crescente silenzio? Le ragioni sono molteplici, in parte legate alla donna e alle caratteristiche del contesto in cui la violenza è stata perpetrata, in parte, e soprattutto, relative al grado di sicurezza personale che la donna percepisce nel caso in cui si rivolga alla cosiddetta giustizia.
Sul fronte personale le ragioni più frequenti del silenzio sono lo scoraggiamento di fronte alla violenza subita e il senso di impotenza e di solitudine, sempre più drammatici, che la donna avverte. Al silenzio contribuiscono anche lo shock subito (che rende difficile organizzare una difesa strutturata, qual è il rivolgersi subito al pronto soccorso e alle forze dell’ordine per la denuncia), la depressione reattiva, l’angoscia, la paura: queste ultime massime nelle adolescenti violentate da coetanei o da adulti che abbiano sull’adolescente un ascendente, se non un ruolo di potere, in teoria educativo (parenti, insegnanti, allenatori). Contribuisce la vergogna, sia per quello che si è vissuto, sia all’idea di dover raccontare tutto, più volte, nei minimi dettagli: il che espone la donna alla doppia violenza del rivivere l’abuso subìto e di esporsi all’aggressività diretta e indiretta, o all’incredulità inquisitiva, di chi la interroga. Non ultimo, contribuiscono al silenzio i sensi di colpa: soprattutto quando lo stupro è avvenuto in condizione di rischio obiettivo, in cui esista una netta, maggiore vulnerabilità della donna. Per esempio, quando lei ha bevuto di più, o è sotto l’effetto di droghe, condizioni di nuovo più frequenti nelle adolescenti e che aumentano in modo significativo il rischio di abuso, mentre diminuiscono in modo proporzionale la capacità sia di evitare situazioni di rischio estremo, sia di opporvisi in modo efficace.
Quasi tutti questi fattori erano tuttavia presenti anche negli anni Novanta. Che cosa riduce, oggi, la fiducia nel valore della denuncia? Un insieme di sentimenti negativi, proprio sulla qualità dell’aiuto, del supporto e della giustizia che una donna può ottenere. E, soprattutto, la crescente evidenza del rischio di ritorsioni, da parte del violentatore: da nuove violenze fino all’assassinio. Dopo l’orgoglioso trionfalismo di dieci-quindici anni fa, è ormai chiaro che “ottenere giustizia” è un ideale calpestato, a destra come a sinistra. Chi ha buona memoria ricorderà che la “certezza della pena” era tra i punti forti del programma elettorale dell’attuale governo. A quanto si vede mancavano tre parole, in quel punto: “Certezza della pena per la vittima”. Cui corrisponde la certezza dell’impunità per l’aggressore. Cos’altro è stato l’indulto, per i cittadini per bene, e le vittime dei tanti delinquenti oggi in libera uscita? Uno schiaffo, un pugno nello stomaco. Ogni giorno di più, le ragioni di Abele – che includono la spaventosa violenza dello stupro – restano inascoltate, mentre sono i Caino d’ogni tipo a dettare di fatto le regole del gioco, e le deroghe stesse alle regole. Leggere sui giornali che una giovane donna, che aveva denunciato il proprio aggressore, poi condannato e rapidamente tornato in libertà, è stata da questi tormentata, inseguita, minacciata per tre anni, fino ad essere poi uccisa, nonostante le sue ripetute segnalazioni alle Forze dell’Ordine sulla persecuzione di cui era vittima, dà ad ogni donna un messaggio inequivocabile. Qualunque cosa ti succeda, taci. Perché se parli, rischi di essere stuprata altre cento volte, fisicamente e moralmente. Dal contesto sociale, per il quale una donna violentata resta comunque marchiata per sempre come un oggetto degradato, un corpo sporco, che ha perso quella dignità femminile di donna “intatta” che è rimasto come valore forte nell’inconscio collettivo. E soprattutto dal violentatore, che grazie all’ennesimo indulto uscirà di galera subito, furiosamente incattivito e baldanzoso allo stesso tempo, e dai suoi amici, che spesso provvedono già durante la sua prigionìa a fartela pagare nel frattempo. Quando poi non si tratti di uno stupro in gruppo, nel qual caso il rischio di vendetta si moltiplica in modo proporzionale. Chi di noi parlerebbe, sapendo a che cosa andrà incontro, dopo? Che ogni sera potrebbe essere aspettata dietro l’angolo, vicino a casa, o fuori dal posto di lavoro, per una resa dei conti che non avrà testimoni? Sapendo che la polizia non può fare nulla? Che nessuno ci proteggerà? Che tutta la legislazione è ormai caratterizzata da un garantismo insultante per le vittime?
L’unica prevenzione è aumentare nettamente la soglia di autoprotezione: niente alcool o droghe che riducano la capacità di controllo sulle situazioni e l’intuizione del rischio; evitare di rientrare a casa tardi e da sole; evitare gli atteggiamenti provocatori; non dare informazioni su di sé, specie via Internet; ritornare a una sostanziale sobrietà di comportamenti, che comunque riduce, ma non azzera, il rischio di stupro. E imparare un minimo di autodifesa.
E la libertà personale? Quella è un mito in caduta libera: in una società sempre più obiettivamente violenta, in cui sono i delinquenti ad avere diritto a muoversi con la massima aggressività e il minimo rischio di giustizia, non resta che autolimitarsi per evitare il peggio. Perché l’alternativa, insidiosa e pericolosa, è la giustizia privata. Triste? Sì, ma necessario per sopravvivere. Dolorosamente pragmatico.

Abuso sessuale: approfondimenti disponibili sul sito della Fondazione Alessandra Graziottin

Abuso, molestie, stalking, violenza sessuale e domestica Aggressività e violenza Amnistia e indulto Omicidio / Femminicidio / Infanticidio

Iscriviti alla newsletter