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Parigi: quale vita, dopo il dolore e il rimpianto

23/11/2015

Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica
H. San Raffaele Resnati, Milano

E adesso? Centinaia di vite dilaniate. Non solo 129 morti, che aumenteranno poiché 99 vittime sono in condizioni gravissime. E le altre centinaia di feriti, quand’anche sopravvivano, come potranno vivere? «Per fortuna sono vivi», si dice. Vivi, ma come? Molti di loro sono in coma farmacologico per ferite alla testa. Per loro, un futuro in stato vegetativo, o comunque con tragiche conseguenze su tutte le capacità mentali. Immaginate vostro figlio, o figlia, che va a Parigi per un master e per realizzare un sogno, e vi torna in una bara. O vivo, ma devastato. Molti giovani sopravvissuti resteranno paralizzati, per le lesioni causate dai proiettili al midollo spinale. Molti sfregiati o amputati. Tutti con uno shock emotivo pervasivo (“sindrome post-traumatica da stress”) che condizionerà le loro vite, la loro stessa percezione di libertà e di diritto alla vita. La loro capacità di credere nel futuro, soprattutto se hanno riportato conseguenze fisiche e mentali permanenti. E irreversibili. In una totale innocenza, senza alcuna nemmeno remotissima responsabilità. A teatro, al ristorante, allo stadio.
Ora centinaia di famiglie sono nella disperazione. Parlare del tragico bilancio dei morti non deve farci dimenticare il domani terribile che aspetta molti dei sopravvissuti. In un secondo, molti genitori annichiliti ricorderanno il figlio, la figlia usciti di casa felici, per una bella serata con gli amici. In un incubo, sono ora nella gelida lista dei morti. O dei feriti, per i quali non c’è speranza di vita. O per i quali la vita sarà un tormento forse peggiore della morte.
Che la vita continui come prima, si dice. Giusto, non facciamoci intimidire. Fra poco volerò a Parigi per scalo, nella mia rotta per Città del Messico, ove mi reco per un convegno. Non cambierò il programma. Ma è un dettaglio trascurabile. Continuare come prima non basta. Questa morte che ci inquieta ogni giorno, per volontà arbitraria e fanatica, ci chiama a ripensare le nostre effimere vite. Questa voglia omicida che stermina e sevizia innocenti con l’indifferenza con cui si schiaccia un insetto, anzi con orgoglio e arroganza, ed entra suicida nel gorgo della morte, ci chiama all’azione. Non solo nel segno della chiusura arroccata, comprensibile ma sterile. Non solo nel segno della vendetta, che porterà a infinite altre morti. Tutti possiamo morire in un secondo, in questa guerra trasversale con nemici che diventano visibili solo quando uccidono. Ed è troppo tardi. Il come vivere ora, questo farà la differenza.
L’eredità morale che ci lasciano queste vite stroncate, o irreparabilmente lese, mi sembra infatti un’altra. Impegnarci tutti in prima persona per migliorare il livello etico delle nostre vite. Quest’Occidente debosciato, inerte, passivo, corrotto, che procede incerto con slogan altisonanti, deve imparare una lezione profonda da questa tragedia che ci tocca tutti, se abbiamo un cuore. A livello individuale, a livello pubblico e politico. Usare questa vita, così unica e così breve, per fare il bene. Per togliere la corruzione morale, così pervasiva, dal nostro agire. Per togliere questa overdose di interessi personali dai nostri comportamenti. Per credere, anche da laici, che una vita degna di essere vissuta deve avere ideali alti. Essere generosa, ciascuna nel proprio ambito di azione. Una risposta di rinnovato impegno morale, in tutte le sue declinazioni, nelle nostre vite quotidiane, è la risposta più concreta, solida, energica e coraggiosa al fanatismo e all’oscurantismo. Perché crediamo al valore della libertà, rispettosa dei diritti, dello spazio e della vita degli altri. Perché crediamo al valore della vita ben vissuta, di cui ogni giorno scrive una pagina che deve meritare di essere scritta.
Se fossi uno di questi ragazzi e ragazze morti, o feriti e forse uccisi nell’anima, vorrei non essere morta invano.

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