Alessandra GraziottinAlessandra Graziottin
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03/08/2015

Nonne "kapò" e nipoti selvaggi


Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica
H. San Raffaele Resnati, Milano


L’adorabile piccina, biondissima e con due occhioni blu, ha diciotto mesi. «E mangia già da sola!», sostiene la mamma con malcelato orgoglio. «Già – commenta in separata sede la nonna – il dettaglio non trascurabile è il come! La piccola, buonissima e adorabile, eh, un bon-bon, niente da dire, mangia con le mani. E’ piccola, d’accordo. Ma insomma! Lei s’immagini. Adora le penne rigate, e va bene. Il punto è che ne prende una con i suoi ditini paffuti, ne mangia un pezzettino microscopico, fa un urletto e lancia la penna dietro le spalle ridendo. Pennetta dopo pennetta, l’intera porzione finisce sul pavimento. Per ultimo, con risatina ancora più soddisfatta, lancia alle spalle anche il piatto. Di plastica, per fortuna. E sa cosa fa mia figlia? Con un tono mieloso e sorridente che a me fa venire i nervi, le dice: “Amore, non si butta la pappa per terra!”. La piccola ovviamente ride, perché quel tono è più da complimento che da rimprovero. Da quando ho provato a dire che ci vorrebbe un “no, così non si fa” fermo e definitivo, per mia figlia e mio genero sono diventata “la nonna kapò”. Se voglio vedere ancora la mia nipotina, devo far finta di niente. Ma le pare possibile?».
L’altrettanto adorabile bambino ha quattro anni. Figlio unico e viziatissimo di genitori tardivi, è sveglio, ma poco governato. Improvvisamente scoppia in collere furiose contro il malcapitato che in quel momento provoca la sua irritazione. Le sue urla: «Vai via!!!!», lanciate tra i singhiozzi arrivano al quinto piano. Difficile capire che cosa le scateni. Gentilmente la mamma invita l’ospite che misteriosamente ha causato la furia a togliersi di vista, «così il bambino si calma». In realtà questo comportamento della mamma dà al bambino la sensazione che le sue urla abbiano sortito l’effetto voluto: far allontanare l’indesiderato. Anche in questo caso la nonna (un’altra kapò?) ritiene che il bambino andrebbe governato con immediata fermezza: ma guai a contrastare la linea educativa dei genitori. «Se oso dire qualcosa, non me lo fanno vedere più. E a me dispiacerebbe moltissimo. Ma se a quattro anni si comporta così, cosa farà a quindici o venti?».
I bambini italiani sono i più maleducati d’Europa. Che cosa ci vuole a educarli con amore e fermezza? L’Italia, insieme all’Irlanda, è il Paese con la più alta età materna al primo figlio (31 anni e tre mesi). Ed ha il record del mondo per le prime gravidanze dopo i 40 anni. E’ possibile che l’età avanzata dei genitori, l’avere spesso figli unici, a lungo desiderati, con almeno sei adulti adoranti a disposizione (due genitori e quattro nonni), renda i genitori stessi incapaci di tenere una linea educativa con un minimo di fermezza? Ostaggio di una distorsione percettiva per cui dell’amatissima creatura si vedono solo gli indicibili pregi e talenti, e nessun difetto o limite che vada corretto? Purtroppo le stesse difficoltà educative si notano anche in genitori più giovani, con qualche lodevolissima eccezione. «A me interessa solo che il bambino sia felice e diventi un adulto felice», aggiunge un’altra mamma. Certo! Chi potrebbe non essere d’accordo con una visione così beneaugurante? Il punto critico, tuttavia, è un altro: siamo così sicuri che l’impulsività infantile non governata, in modi e tempi appropriati, sia un fattore di felicità? Non credo.
E’ fondamentale per la serenità stessa del bambino imparare fin da piccoli che esistono limiti e regole da rispettare. Che esiste un principio di autorità e che sono gli adulti a dare le regole di una famiglia e di una casa. Che esistono paroline magiche: «per favore», «grazie mille», che vanno accompagnate da un comportamento gentile e da un sorriso per chiedere ciò che si desidera. Che un bambino non può decidere a suon di urla quello che oggi succede in casa e domani a scuola o nella vita. Chiamare un bambino “il piccolo tiranno”, con compiaciuta complicità, non fa il bene del bambino. Ne farà un bambino narciso, abituato ad essere al centro di un’attenzione adorante, incapace di conquistarsi le cose, e quindi di assaporarle poi con soddisfazione, perché ha già tutto, l’amore innanzitutto, prima ancora di desiderarlo. Sarà un bambino incapace di accettare le frustrazioni, le difficoltà, le sconfitte, di cui è disseminata ogni vita, perché il suo Io è fragile, gonfiato dall’adorazione e dai “bravoooo” sperticati, qualsiasi cosa, anche minima, faccia. Il principio della “frustrazione ottimale”, dei piccoli e grandi “no”, motivati e chiari, che aiutano a strutturare la personalità, è caduto nell’oblio. Domina il “voglio”, subito, tutto e adesso. Per diritto di nascita, quale essa sia (il lassismo educativo è trasversale), e non per merito, né per conquista personale. E’ questo il cammino per essere felici?

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Parole chiave:
Autocontrollo - Autorealizzazione - Educazione / Educazione civica - Infanzia - Narcisismo - Rapporti familiari - Rapporto mamma-bambino - Riflessioni di vita

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© 2015 - Il Gazzettino

ATTENZIONE: Ogni terapia va individualizzata e monitorata in ciascuna paziente dal medico specialista esperto nel campo. Queste schede informative non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza esplicito parere medico.