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Malattie della pelle: causa di evitamento e solitudine

27/04/2015

Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica H. San Raffaele Resnati, Milano

«Nulla è più profondo di ciò che appare in superficie», diceva il filosofo Georg W. F. Hegel. E’ verissimo per la pelle e le sue malattie. Il nostro “vestito di pelle”, come mi piace chiamarlo, è il nostro biglietto da visita, la nostra carta di identità sociale, il grande regista delle distanze interpersonali. Può ridurle, quando è attraente, aumentarle fino all’evitamento quando è macchiato da lesioni cutanee, quando è strappato per lesioni da grattamento, quando è segnato da cicatrici evidenti. Rivela la nostra età, le tracce di stili di vita errati, il nostro stato di salute.
Malattie croniche della pelle, come la psoriasi o la vitiligo, sono solo la punta dell’iceberg di problemi profondi di tipo autoimmune. Sono la spia di vulnerabilità genetiche e di alterazioni del sistema di difesa che possono preludere a gravi malattie associate (comorbilità). Compaiono quando il nostro sistema di difesa (“immunitario”) sbaglia bersaglio e scatena un fuoco amico, perché attacca i nostri stessi tessuti, causando infiammazione, lesioni anche cutanee e danni tessutali profondi. La malattia autoimmune non è infettiva. Eppure le malattie della pelle portano con sé pregiudizi millenari sulla possibile contagiosità delle lesioni. Diventano di conseguenza un fattore di allontanamento, di distanza, di separazione dagli altri. La psoriasi, per esempio, ha cause genetiche e autoimmuni, e non è contagiosa. Eppure un recente studio francese ha dimostrato che il 50% delle persone ha un atteggiamento discriminatorio nei confronti delle persone che ne soffrono, il 29,7% non bacerebbe mai sulla guancia come gesto affettuoso, il 28,8% non stringerebbe le mani, il 16,5% pensa sia decisamente contagiosa, il 44,1% non vorrebbe avere rapporti intimi con una persona colpita. Dati inquietanti, che replicano i risultano di uno studio tedesco degli anni Novanta.
La discriminazione verso chi soffre di malattie cutanee è universale. Ed è fortissima anche in Italia. Non bastasse, studi sugli adolescenti indicano come le malattie della pelle visibili possano essere motivo di bullismo. Gli essere umani tendono a trattare le persone diverse, per qualsiasi ragione, con dinamiche di tipo discriminatorio. Un bisogno arcaico di creare conformità e omogeneità all’interno di un gruppo sociale, per aumentarne la coesione e la compattezza, crea anticorpi potenti contro la diversità: sia essa di casta, di reddito, di salute, di orientamento sessuale o di pelle, dal colore alle malattie. Un atteggiamento ancora più forte negli adolescenti, che hanno bisogno di fare gruppo. Spesso, purtroppo, potenziando l’appartenenza con atteggiamenti violenti, di franco bullismo contro i coetanei per qualche motivo diversi. I giovani con malattie della pelle sono vittime di commenti negativi, di insulti, di antagonismo, di allontanamento e di isolamento. Solitudine, depressione, ritardo o perdita di quell’alfabeto emozionale e amoroso che sboccia e viene coltivato nell’adolescenza creano un’ombra lunga che può colpire tutto lo sviluppo successivo del ragazzo.
Dal punto di vista pratico, la prima cosa è non banalizzare, anche in famiglia, dicendo il famigerato “passerà”. Quand’anche passasse (vero per l’acne, non per psoriasi e vitiligo, ancor più se lasciate senza cure e aiuti, anche cosmetici), il danno emotivo e psicologico potrà lasciare cicatrici indelebili. Bisogna trattare le lesioni in modo efficace, rivolgendosi a centri dermatologici qualificati. Su APPelle, scaricabile dal sito web appelle.it, è possibile individuare il centro pubblico più vicino alla propria residenza. Il sito contiene anche un diario personale per monitorare il decorso della malattia, le sue caratteristiche, la variazioni per stress ma anche i progressi con le giuste cure. Prezioso è il contatto con altri giovani che ne soffrono per condividere soluzioni efficaci e uscire dalla solitudine. I farmaci biologici sono promettenti. Si tratta di anticorpi che vanno a bloccare molecole specifiche della malattia. La riduzione netta delle lesioni visibili è il primo fattore concreto di speranza e di facilitazione dei rapporti interpersonali. Lo sport resta essenziale per ridurre lo stress e mantenere una buona immagine corporea. Un aiuto psicologico qualificato può aiutare. Dovremmo poi tutti impegnarci per superare pregiudizi millenari. Insieme possiamo farlo!

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