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La rabbia sacra

04/11/2007

Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica H. San Raffaele Resnati, Milano

E’ sempre necessario un assassinio più violento, gratuito ed efferato di altri, perché in Italia ci si svegli sull’emergenza (?!) criminalità? In questo Paese, tra patteggiamenti, riti abbreviati e indulti i delinquenti sanno di avere ormai la garanzia dell’impunità. La certezza della pena è solo uno slogan buono per i periodi pre-elettorali. Ma crea altrettanto sdegno l’uso strumentale che ogni partito poi fa dell’ennesima vittima, solo per cavalcare la giusta e crescente indignazione popolare.
Anche questa volta, una morte in più, in questo caso la Signora Giovanna Reggiani, forzata a concludere in modo orrendo una vita serena, dedicata al marito e ai bambini cui insegnava. Una morte che fa più notizia, per ragioni misteriose, dei tanti vecchi e vecchie ammazzati di botte in casa, spesso per rapinare pochi euro o al massimo la pensione di un mese, e il cui destino amaro occupa ormai solo le poche righe delle notizie brevi nella cronaca nera.
L’una, come le altre, sono morti che chiedono giustizia senza più sconti né rimandi. E non solo limitandosi all’espulsione di delinquenti che ritorneranno, qui o altrove, beffardi e perfino resi più forti per l’impunità di fatto acquisita. Sono morti che impongono un impegno di giustizia pragmaticamente efficace e una politica dell’immigrazione lucida e strategica, a lungo termine.
Sono morti di cui diventa complice ideologico chi si ostini a difendere le ragioni di Caino, e le mille scusanti basate su problemi di nascita, di povertà, o di destino, e non a proteggere Abele. Un Abele che in Italia ha molti volti: i bambini analfabeti e le donne anziane, piegate dalla magrezza e dall’artrosi, che mendicano, palesemente sfruttati per raccogliere elemosine ai lati delle strade; le donne violentate o uccise; i vecchi rapinati. Ma anche le molte famiglie aggredite in casa o in negozio, come se il guadagnare lavorando fosse una colpa e l’essere rapinati una forma di brutale “giustizia sociale”, “tanto sono ricchi”.
Dice Prodi: “Non agiamo sull’onda della rabbia”. E invece ascoltiamola, la rabbia, non per farsi giustizia da sé, come sarebbe perfino comprensibile (ma non giustificabile) quando lo Stato mostri una colpevole latitanza nel tutelare i propri cittadini. Ascoltiamola, per cambiare in modo sostanziale e definitivo questo stato di cose. Perché esiste una rabbia sacra – e un’indignazione sacra – quando l’ingiustizia è arrivata al colmo, quando il buonismo fa rivoltare lo stomaco, quando il numero di vittime barbaramente uccise grida da solo giustizia, se non vendetta.
Hanno provato mai, tutti i paladini di Caino, soprattutto ma non solo a sinistra, hanno provato a mettersi nella pelle di una donna violentata e uccisa, di un vecchio o di una vecchia brutalmente ammazzati di botte e lasciati a morire come cani, perché vivevano da soli? Hanno provato ad avere la casa invasa da delinquenti, di notte, a vedere i figli minacciati con la rivoltella, o un familiare assassinato sotto i loro occhi? Hanno provato che cosa significhi essere pedinati e sentire l’angoscia che ti arriva al cervello e diventa incubo continuo per mille altre notti? Chi viaggia con la scorta, e tanti altri privilegi di sicurezza, non sa che cosa voglia dire sentirsi in balìa di uno o più delinquenti, di assassini, o di uno stupratore.
Ecco perché la gente comune non ne può più di chiacchiere e promesse a vanvera. Perché misura sulla propria pelle il divario tra le promesse e la pericolosità reale del vivere oggi in Italia, dalle angherie dei piccoli furti alle insidie di attacchi, rapine o stupri potenzialmente mortali.
Dovrebbe entrare in Italia solo chi dimostratamente possa – per competenza professionale, anche nei lavori semplici, per titolo di studio e voglia di lavorare – svolgere un’attività legale e necessaria per provvedere a se stesso ed eventualmente, se ce l’ha, alla propria famiglia, con diritti e doveri, come ogni altro cittadino. Con criteri di ammissione rigorosi e chiari, come fa ad esempio l’Australia. Per tutti gli altri non c’è spazio. Solo con una politica di integrazione basata sul lavoro – e non sugli espedienti, sui furti o sulle rapine – è possibile agli immigrati integrarsi con dignità e agli italiani potersi fidare dei nuovi venuti. Per non sviluppare anticorpi antistraniero pericolosi e indiscriminati. Ma anche per poter di nuovo muoversi nella propria terra con la sicurezza che avevamo, che è un diritto primario e sacrosanto, e che oggi è totalmente e colpevolmente perduta.

Abuso sessuale: approfondimenti disponibili sul sito della Fondazione Alessandra Graziottin

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