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Il calvario di un uomo

26/11/2007

Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica H. San Raffaele Resnati, Milano

Giustiziato con ferocia dal figlio. Un uomo di 86 anni è stato finito a colpi di accetta, e decapitato. Come si deve essere sentito questo pover’uomo, in quelle ultime ore di orrore e terrore? Solo, profondamente solo, senza nessun aiuto. Con questa pena quotidiana, questo calvario senza fine, immutabile da anni e decenni. Un uomo senza conforto: per lui l’unica speranza era di morire, ma silenziosamente, ormai vecchio e solo, per poter riposare in pace insieme alla moglie, mancata tre anni fa. Nemmeno questo la vita – o questa società – gli ha dato. Nemmeno una morte serena, dopo decenni di abusi, di urla, di percosse. Come si sarà sentito, al vedere per l’ennesima volta l’odio furioso negli occhi di quell’unico figlio a cui aveva dedicato la vita?
L’inferno è già qui, è stato qui, per lui, come per molti familiari di malati mentali gravi.
E’ iniziato quando la legge Basaglia, la 180 del 1978, ha decretato la chiusura dei manicomi. Come se per decreto, magicamente, gravi problemi psichiatrici potessero scomparire, o consentire una vita accettabile, solo perché il malato veniva riconsegnato alla famiglia. Di questo calvario, di questo inferno quotidiano e silenzioso noi, cittadini con famiglie normali, sappiamo poco. E questo può darci l’illusione che effettivamente quella legge abbia fatto giustizia di un’istituzione obsoleta, come quella manicomiale. Non è così. Quella legge, espressione della fortissima lettura psicosociale di qualsiasi comportamento umano, tipica degli Anni Settanta, si era fatta forte della distorsione ideologica che vedeva la malattia mentale solo come espressione di condizionamenti negativi psicologici e sociali. “La colpa è tutta della società”, questo era il motto. In realtà la malattia psichiatrica esiste anche, e a volte soprattutto, per ragioni biologiche. Per una grave e irreversibile alterazione della base neurobiologica che regola le emozioni, i pensieri e i comportamenti umani. A volte è così grave da non rispondere a farmaci e psicoterapie, e richiede misure più attente, inclusa la istituzionalizzazione, per limitare la gravissima pericolosità che questi malati hanno innanzitutto per i loro familiari. Una pericolosità che non si limita a gesti terminali e atroci, ma che si realizza molto più frequentemente nella tortura quotidiana di convivere senza difese con malati così gravi.
Purtroppo, ci accorgiamo del dolore, della sofferenza, dell’angoscia e della solitudine che queste sfortunate famiglie vivono ogni giorno, solo quando tragedie come questa ci fanno vedere il bagliore di morte di quegli inferni, di quelle violenze quotidiane che si consumano nell’ombra. Ancora più in caso di genitori anziani che non hanno più la forza di chiedere aiuto, di ribellarsi alla crudeltà, sì, alla crudeltà di essere costretti a vivere con figli come questo. Queste famiglie vivono in galera. Di fatto recluse in casa: dove puoi andare con un figlio così? Ogni giorno, ogni notte sotto la minaccia di un’esplosione di collera più violenta e pericolosa delle altre, in uno stato di allerta continua, di paura, di terrore, senza una pausa, senza nemmeno la speranza di un po’ di tranquillità, che non sia il morire.
“Era seguito dai servizi sociali”. Come si può lasciare un malato così pericoloso in carico ad un uomo di 86 anni? Con quale cuore? Oltretutto, non si tratta di un atto improvviso, imprevedibile, in un’atmosfera altrimenti tranquilla. No: questo assassinio spietato compare dopo anni di violenze, di alterchi verbali e litigi furiosi. Molti i ricoveri, molte le chiamate ai carabinieri quando le risse degeneravano. Una vita d’inferno vero. Con in più la spaventosa asimmetria tra un uomo solo, vedovo e sempre più anziano, e un figlio ancora vigoroso, di 56 anni, cui la malattia mentale, negli attacchi di furia, centuplicava le forze e la distruttività. Una malattia esplosa dopo la fine delle superiori. Per quarant’anni, dunque, quest’uomo con seri problemi mentali è stato di fatto imposto ai suoi genitori, fino alla loro morte.
Io credo che ci si debba seriamente interrogare su che cosa significhi obbligare le famiglie a convivere con malati mentali gravi. Su quanto i servizi sociali siano in grado di valutare correttamente la pericolosità di malati come questi e di assistere, nella sostanza, queste famiglie. Sul diritto delle famiglie di non dover scontare ogni giorno, come se fosse una loro colpa imperdonabile, il fatto di avere un figlio così, torturate ogni minuto da piccole e grandi violenze.
Queste famiglie sono sole. Sono state lasciate disperatamente sole. Dobbiamo riconoscerlo e ripensare seriamente al fatto che il diritto del malato mentale non può cancellare il diritto delle famiglie ad una vita non terrorizzata. Il diritto, ancor più, di un povero vecchio di avere almeno dei mesi o anni di relativa serenità. Il diritto di chiudere gli occhi in pace, e non nell’orrore.

Aggressività e violenza Omicidio / Femminicidio / Infanticidio Riflessioni di vita

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