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Identità sessuale degli adolescenti: perché oggi è più incerta?

02/11/2015

Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica
H. San Raffaele Resnati, Milano

Perché un adolescente può sentirsi “né maschio né femmina” senza farsene un problema? Oppure, all’estremo opposto, vivendo un problema gravissimo, perché si sente “un maschio intrappolato in un corpo di donna” o viceversa? Con un disturbo quindi dell’identità (“disforia di genere”) così pervadente da indurlo a richiedere il cambiamento di sesso, anagrafico e fisico?
Per noi adulti, in grande maggioranza con identità solidamente radicata, il profilo problematico dell’identità di un numero crescente dei giovani d’oggi è inquietante. Perché succede, innanzitutto? Tre grandi gruppi di fattori, che possono variamente interagire fra loro, sono considerati cardinali: fattori prenatali, innanzitutto; fattori post-natali, affettivi ed educativi; e fattori ambientali, sia di tipo psicosociale, sia di tipo chimico (per esempio, tossici ambientali, come gli “xenoestrogeni”, sostanze chimiche usate come pesticidi, insetticidi e così via, che alterano l’azione degli ormoni endogeni, estrogeni e androgeni).
A tutt’oggi è impossibile enucleare un’unica causa mentre è corretto alzare le antenne sui cambiamenti in atto, dalle conseguenze tanto complesse quanto imprevedibili. Identità incerta, o “fluida”, dunque. Non tanto, o non solo per fattori genetici, ma per alterazione dell’ambiente ormonale prenatale, quindi durante la gravidanza. Sappiamo oggi che quei nove mesi sono critici per la futura salute fisica e mentale, non solo del bambino, ma anche dell’adolescente e dell’adulto.
Una delle variabili più studiate riguarda gli androgeni, ossia gli ormoni maschili, essenziali per mascolinizzare il corpo e il cervello del feto che altrimenti, in loro assenza, nasce femmina. Se la mamma è gravemente stressata in gravidanza, produce ormoni maschili più deboli: essi “mascolinizzano” un po’ il cervello del feto femmina, che viene parzialmente “androgenizzato”. Questo può tradursi in maggiore assertività, abilità matematiche e logiche, maggiore facilità a cimentarsi nello sport e in carriere competitive, muscolatura più efficiente e solida, pur mantenendo un’identità e un profilo di fertilità femminile. A seconda della quantità degli androgeni di origine materna, ci possono poi essere anche effetti sul corpo stesso del feto femmina. Qualche studio suggerisce un maggiore orientamento omosessuale o bisessuale, ma i dati non sono conclusivi. Nel maschietto gli androgeni di origine materna, più “deboli”, competono con il testosterone del feto nel legame con i recettori del testosterone nel cervello. Il bimbo nasce sì maschio, ma con un cervello meno mascolinizzato: meno aggressività e assertività, più abilità linguistiche, poca o nulla passione per i giochi con la palla, maggiore sensibilità.
Positivo o negativo? Per i cultori delle identità tradizionali, fortemente polarizzate sugli stereotipi del maschile e del femminile, questa è una perdita secca. Per i cultori della piena espressione della personalità, questo maggiore spettro espressivo è un’opportunità in più. Fortissimo è poi il ruolo dei genitori, o delle persone significative: ogni bambino cresce specchiandosi/identificandosi nel genitore dello stesso sesso e “complementandosi” con quello del sesso opposto, o un suo sostituto stabile (per esempio, un nonno o una nonna amati). Quando questo percorso affettivo, emotivo e comportamentale è ottimale, l’identità sessuale del bambino ne esce rafforzata, più solida e più serena. Quanto più il rapporto con i genitori è problematico, o ferito da assenze fisiche e/o affettive, da trascuratezza, ma anche da mancanza di autorevolezza, tanto più l’identità ne esce indebolita, soprattutto se questo si inserisce su un profilo di personalità più fragile, più ansiosa e/o dipendente.
Quanto dell’attuale frammentazione delle famiglie, della perdita del senso di appartenenza, della mancanza di continuità nel rapporto con i padri e dell’eccesso di figure educative femminili (in casa e a scuola) può contribuire allo smarrimento dell’identità dei figli? Quanto della crescente solitudine che colpisce bambini e giovani adulti, sempre più connessi e sempre più soli, rende ancora più fragili le basi dell’identità? E’ giusto e doveroso interrogarsi. Chiedersi e sentire con le antenne del cuore come stanno i nostri figli e nipoti, i nostri allievi. Quanto dell’asserito “sto bene così” degli adolescenti che dicono di avere un’identità fluida è davvero espressione di benessere e non una difesa verso un’inquietudine senza nome a cui non sanno dare risposta? A cui non sappiamo dare risposta?

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