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Genderless: i lati oscuri dell’identità fluida

Genderless: i lati oscuri dell’identità fluida
02/03/2020

Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica
H. San Raffaele Resnati, Milano

La moda è lanciata sul fronte del “genderless”, di un abbigliamento “senza genere”, privo di connotazioni forti in senso maschile o femminile. Sanremo ha visto il trionfo di abbigliamenti provocatori e fluidi rispetto al sesso biologico dei diversi protagonisti. Costumi divertenti, colorati, chiari abiti di scena per una rappresentazione iperbolica dell’aspirazione dei diversi protagonisti a un’identità sessuale non più stereotipata in un rigido “maschile” o “femminile”. Quanto di questo è e fa spettacolo? Quanto rispecchia la vita reale, con le sue necessità e i suoi limiti? Quanto esprime un nuovo conformismo («Tutto è fluido, tutto è genderless»), invece di una scelta libera e consapevole? Che cosa c’è sotto il vestito? Questi ragazzi, queste ragazze che si dichiarano genderless, sono felici? Si sentono realizzati o si sentono soli? E che cosa fanno nella vita? Che futuro sognano, a quale scelte di vita reale si stanno preparando?
I due terzi degli adolescenti inglesi hanno un’identità sessuale fluida, secondo un recente sondaggio. In Europa le percentuali variano tra il 20 e il 30 per cento, ben più alte rispetto a soli 20 anni fa. Che cosa significa “identità sessuale fluida”?. Significa abbattere, o cercare di abbattere, i confini dei pilastri contemporanei dell’identità sessuale.
Il primo pilastro è l’identità di genere, che si basa sul sesso biologico, maschile o femminile. E’ il primo modo con cui definiamo noi stessi e gli altri, fin dalla nascita: «E’ un maschietto», «E’ una femminuccia», «E’ un uomo», «E’ una donna». Tutto bene se la percezione interiore è coerente con l’identità biologica: «Sono felice di sentirmi donna nel mio corpo di donna», «Sono felice di sentirmi uomo nel mio corpo di uomo». Tuttavia si può arrivare all’estremo percettivo opposto: «Sono una donna intrappolata in un corpo d’uomo», «Sono un uomo intrappolato in un corpo di donna», che sono la sostanza del transessualismo, quando la percezione e il vissuto sono dissonanti rispetto al genere biologico. E’ il grado estremo di una disforia di genere, ossia di un disturbo di crescente gravità rispetto alla propria identità biologica.
Il secondo pilastro è l’identità di ruolo: indica tutto quello che la persona fa e dice per esprimere il proprio ruolo nel mondo, indipendentemente dal sesso biologico. La donna può fare la carriera militare e l’uomo il cuoco o il parrucchiere, prima considerati professioni “femminili”.
Il terzo pilastro è l’identità di méta sessuale, in cui la percezione di sé viene definita anche dal sesso e dalle caratteristiche dell’oggetto di desiderio sessuale. Sono eterosessuale, quando penso: «Mi sento (ancora) più maschio se ho una donna bella e sexy»; «Mi sento (ancora) più femmina se ho un uomo potente, maschio e ardente». Sono omosessuale se desidero una persona del mio stesso sesso. Sono bisessuale se mi piacciono entrambi.
Che cosa è cambiato nel mondo occidentale ad alto reddito rispetto anche a pochi decenni fa, a prima del ’68? L’identità maschile e femminile erano fortemente polarizzate, con comportamenti e ruoli codificati e stereotipati. Possiamo immaginarli come due torri: difensive e rassicuranti per la maggioranza, potevano essere sentite come prigioni dalla minoranza che si sentiva ”diversa” rispetto alle stereotipo, ma non lo poteva esprimere, pena una severa repressione o emarginazione. Oggi le torri dell’identità sono sotto tiro, tra loro c’è il lago della fluidità in cui sperimentarsi. Come? Perché? Per quanto? Il lago dell’adolescenza fluida ha almeno due sbocchi principali: da un lato un fiume, in cui l’energia vitale continua poi a fluire potente, mentre l’identità, pur nell’incessante divenire della vita, trova sponde precise che la contengono, la modulano e la definiscono, dandole coerenza interna, forza e soddisfazione. Dall’altro c’è la palude, con le sue acque stagnanti e le sue sabbie mobili, dove l’identità affonda, e con lei la vita.
Nell’entusiasmo che il nuovo e il fluido suscitano, si negano i molti lati oscuri di questa sperimentazione, che può ferire a fondo i più fragili, gli insicuri, i “genderless” per nuovo conformismo più che per scelta consapevole. E si nega il valore delle identità chiare e solide. Il vestiario “fluido” per gioco si fa, da decenni, a carnevale. Ma l’Io, la percezione di sé, come si modifica, quando il fluido diventa permanente e non si è un artista? Quanti fra coloro che dichiarano un’identità fluida sono più liberi e più felici? Quanti sono solo confusi, ai margini della vita reale?

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