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Enzo Bianchi: non sradichiamo le vecchie querce

Enzo Bianchi: non sradichiamo le vecchie querce
08/06/2020

Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica
H. San Raffaele Resnati, Milano

Enzo Bianchi è uomo di solida fede, fuori dagli schemi. Scomodo. Monaco cristiano, non ha mai voluto prendere i voti sacerdotali per restare nello spirito della Chiesa delle origini. Ha carisma straordinario, energia mentale e fisica compatta e potente, lucidità cristallina e capacità di esprimere una fede profonda con parole semplici e persuasive. Nel 1965 aveva fondato la comunità monastica di Bose, in provincia di Biella, di cui è stato priore fino al gennaio 2017. E’ molto conosciuto e apprezzato, non solo nel mondo cattolico, per aver dedicato tutta la vita al dialogo tra diverse religioni e differenti confessioni cristiane. Ho digitato il suo nome: 16.300.000 risultati in 0.40 secondi. Ora, a 77 anni, è stato rimosso e allontanato dalla sua comunità per decreto del Pontefice, dopo visita apostolica di legati del Papa, su richiesta pare di altri monaci di Bose, ben avallata da quella parte conservatrice della curia romana che detesta Bose e quello che rappresenta. Con Papa Francesco formalmente costretto ad affondare il colpo. Sembra una storia medioevale. Una decisione crudele e amara, che lascia perplessi e inquieti.
Non conosco Enzo Bianchi personalmente. Tuttavia, da laica in ricerca, come mi sento, lo considero riferimento prezioso nel mio percorso umano, esistenziale e spirituale. Come molti cattolici e laici, ho letto i suoi libri, tra cui il poetico “Il pane di ieri”, che suggerisco vivamente, preziosi per la riflessione. Mi ha dato stimoli fecondi per aiutare meglio, dal punto di vista umano, le donne che ho in cura e soffrono molto per dolori pervasivi cronici. Ne ho citato gli scritti sul sito della mia Fondazione, dedicata alla cura del dolore nella donna. E’ un uomo per cui provo profonda gratitudine. La decisione di allontanarlo è stata un inatteso colpo al cuore.
A noi che importa? Potrebbero pensare i lettori, saranno beghe di chiesa. In realtà questo allontanamento fa riflettere su alcuni aspetti universali dell’esistenza umana, dei bisogni dell’anima e degli affetti, che ci interessano tutti. Che cosa succede quando una persona anziana, sanissima di corpo e di mente, un grande vecchio o una grande vecchia, vengono sradicati dalla casa che avevano costruito e in cui avevano creduto, cui hanno dedicato tutta la vita? Che cosa significa perdere gli orizzonti fisici – di casa, di colline e di orizzonti – che sono stati la cornice in cui è stato disegnato con cura paziente lo scenario fisico, emotivo ed esistenziale di una vita? Che cosa significa perdere piccole e grandi abitudini? Che cosa significa perdere quei legami di affetto che con qualcuno si erano creati? Il contraccolpo può essere devastante, sul fronte fisico e mentale. La depressione può essere paralizzante, se non è contrastata da fede titanica.
Lo sradicamento è pesante a tutte le età: lo sanno bene gli emigranti, tutti coloro che devono abbandonare i luoghi di nascita per cercare lavoro e vita altrove. Tornare a casa resta il sogno dell’anima. Il farlo periodicamente, se il ritorno è bene accolto, è una poderosa rinascita di gioia e di energia. Essere cacciati dalla propria casa è devastante, soprattutto se si è in piena salute. E’ atroce in sé, e perché implica che non ci si può più tornare. Essere cacciati, di fatto senza ritorno, da allievi ed eredi morali è ancora più atroce. In tutti i contesti, non è semplice succedere a figure di leader dal carisma stratosferico. Ma in ambito religioso, dove non arriva la capacità di gestione della leadership, dovrebbero aiutare altre misure: la gratitudine, purtroppo rara, a quel che si vede, anche in ambito religioso. La comprensione e l’empatia. La charitas, fatta di grazia, benevolenza, amore disinteressato e fraterno, virtù teologale insieme alla fede e alla speranza.
I fatti denunciano il contrario. Amara considerazione. Si può uccidere rapidi una grande, vecchia quercia, abbattendola a colpi d’ascia. Assumendosene la responsabilità. Si può tentare di ucciderla lentamente, a mani (apparentemente) pulite, trapiantandola in terreno estraneo, fuori dalla sua terra, tagliando barbaramente le sue radici, spezzando i suoi legami vitali con le altre querce e con il bosco. Cacciare Enzo Bianchi è distruttivo per quello che resterà di Bose. Lui ora scrive: «Ciò che è decisivo per determinare il valore di una vita non è la quantità di cose che abbiamo realizzato, ma l’amore che abbiamo vissuto in ciascuna delle nostre azioni. Anche quando le cose che abbiamo realizzato finiranno, l’amore resterà come loro traccia indelebile». Grazie di cuore, grande e coraggioso Enzo Bianchi. Grande e solo.

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