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E' figlio mio, sì o no?

17/03/2008

Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica H. San Raffaele Resnati, Milano

“Sarà figlio mio, sì o no?”. Il tarletto, a volte un serpente dalle spire inquietanti, si muove insidioso nel cervello di un certo numero di uomini, padri anagrafici ma non del tutto certi di essere anche padri biologici del pargoletto che ignaro trottola per casa. Il sospetto a volte è motivato, a volte è figlio di una gelosia tormentosa senza fondamento. Ma tant’è. Storicamente, il dubbio restava senza risposta, tranne i casi eclatanti di somiglianze così indiscutibili (verso un terzo) da far sorgere il dubbio se non al padre putativo, certo alla famiglia di lui. “Mater semper certa est, pater nunquam”: la madre è sempre certa, il padre mai, dicevano i Romani, forse sospirando, ma con pragmatica visione sull’incertezza delle umane cose in fatto procreativo. E, straordinari pensatori in fatto di diritto, avevano creato l’istituto giuridico dell’adozione adulta. Una possibilità in uso soprattutto nelle famiglie più ricche e in vista, anche politicamente, così da scegliere un erede in cui riconoscersi, idealmente, politicamente e affettivamente, quando i figli legittimi, propri o no, non si mostrassero all’altezza del compito o non ci fossero proprio.
Garantirsi la certezza della paternità è stato comunque un obiettivo primario da quando l’uomo ha superato la fase delle dee madri e ha capito, ai tempi dei pastori, che era il maschio ad aggiungere qualcosa di essenziale per la procreazione. Da allora, la donna è stata (ed in molte parti del mondo è ancora) oggetto di restrizioni severe, pre e post matrimonio, per garantire che il figlio sia davvero del marito, e quindi discendente della famiglia di lui. La trasmissione di propri geni resta infatti un comandamento primario scritto nel nostro DNA. La libertà dei costumi sessuali occidentali ha invece aumentato la possibilità che amori grandi, avventure o dispetti di una sera possano tradursi in una gravidanza “coperta” dal matrimonio. Al punto che, solo in base all’incompatibilità dei quattro gruppi sanguigni principali, i figli concepiti al di fuori della coppia sono circa il 6-10% a seconda del Paese occidentale esaminato. A qualcuno il dubbio, anche in passato, veniva, quando un figlio o una figlia non solo non gli assomigliasse, ma non avesse nemmeno un tratto fisico o di comportamento, un’espressione, una fossetta sulla guancia o il tratto del naso in comune con una prozia o il nonno o comunque qualcuno che avesse l’“aria di famiglia”. Ma restava per l’appunto un dubbio. Ora con il test di paternità via web, facile, anonimo e poco costoso (dai 200 ai 600 euro), molti padri anagrafici stanno verificando se il bimbo o la ragazzina creduti figli propri lo siano poi davvero. Come si fa? Facile: si richiede il kit, che viene inviato per posta, alla società che si occupa di questi test. Contiene due tamponcini utili per due campioni di saliva, proprio e del bambino. Si fa allora un delicato prelievo in bocca, un secondo appena, per imbibire il tampone di saliva, sfiorando la guancia interna del piccolo, senza alcun fastidio. Con l’altro tampone si farà il proprio prelievo salivare, rispedendo il tutto al laboratorio. La vera verità sarà pronta nel giro di 48 ore, se proprio si ha una curiosità ingovernabile, oppure in una settimana, con un’affidabilità del 99,99%. All’estero chiamano questi test “peace of mind”, pace della mente: con evidente, sottile ironia. Perché la pace della mente arriva senza più dubbi solo se il figlio risulta proprio del padre anagrafico, al di là di somiglianze, affinità o scarsezza di feeling.
E se invece il figlio risulta estraneo? La situazione può diventare drammatica. Al di là dell’evidente crisi di coppia, possono essere infatti pesantissime le conseguenze sul bambino o sulla bambina: che si vede improvvisamente trascurato o rifiutato. O, addirittura, causa involontaria di una separazione o di un divorzio aggressivi, per colpa, con un ex padre anagrafico, magari amatissimo, che scompare. O diventa aggressivo. O esigente e duro. E’ proprio la pesantezza delle ricadute sui figli che dovrebbe ispirare una maggiore regolamentazione nell’uso di questi test. Che hanno valore legale solo se fatti con il consenso di entrambi i genitori: clausola tuttavia trascurabile, perché quando si ha la certezza, anche per via nascosta, della non paternità, diventa poi immediato l’innesco di tutta la causa civile conseguente. La questione diventa delicata anche per la causa inversa: fratelli che vogliano chiarire la posizione di un fratello che non credono sia tale, in una questione di eredità. La possibilità di chiarezza sulla paternità biologica sta aprendo un nuovo territorio di contenziosi familiari. E, ancora una volta, le possibilità che scienza e web mettono a disposizione dei singoli anticipano la lentezza pachidermica della giustizia, specie in campo bioetico.
In pratica, per esempio, che cosa succede a un figlio che scopre, a dieci o a vent’anni, di non essere figlio di quell’uomo amato creduto padre, e di perdere nel contempo ogni diritto ereditario? Per la ferita sull’affetto verso il padre, e sulla fiducia verso la madre, c’è poco rimedio. L’eredità, quella è persa per legge. E, in caso di minore, per l’assegno di mantenimento non resta per ora che sperare sul buon senso e la sensibilità del giudice.
Quanto alle donne, questa possibilità che la verità sia scoperta è un monito in più ad agire sempre con senso di responsabilità, per le pesanti conseguenze che un concepimento fuori dal nido avrebbe soprattutto per il futuro del figlio.

Paternità Rapporti familiari Tradimento

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