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Diritto al lavoro, oltre la retorica

Diritto al lavoro, oltre la retorica
03/07/2023

Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica
H. San Raffaele Resnati, Milano

Perché in Italia la richiesta di personale qualificato si scontra con un disperante vuoto di competenza? Perché è sempre più difficile trovare collaboratori motivati e con una preparazione almeno decorosa? Basta con la retorica sui giovani. Consideriamo la fascia di lavoro dai trent’anni in giù: più si abbassa l’età, peggiore è il livello di conoscenze di base acquisite. Tutti promossi (o quasi) alla fine delle superiori, con un livello di conoscenza dell’italiano pari a quello della terza media di un trentennio fa. Incapaci di comprendere un testo scritto (si vedano i drammatici dati dei test Invalsi), ma anche di elaborare un pensiero articolato. Non parliamo della capacità di fare a mente due conti, di fatto quasi scomparsa, se non c’è la calcolatrice dello smartphone a disposizione. Di questo dovrebbe molto preoccuparsi il Ministro dell’Istruzione e del Merito.
La preparazione al lavoro è minata alla radice anche su altri fronti. Primo: la mancanza di metodo nell’organizzazione del tempo personale. Non avendo sviluppato un benché minimo metodo nella vita e nello studio, non avranno metodo nel lavoro. Di fatto, molti ragazzi non sanno organizzarsi nemmeno una giornata che abbia valore, contenuti e capacità di costruire un futuro appassionante. Il tempo benedetto, il tempo kairós dell’età più luminosa e fertile della vita, è sprecato in una sequenza di giorni senza nome, fra like, emoticon e geroglifici al posto di una scrittura appropriata almeno essenziale. Annoiati, senza gusto di provarsi con la vita, le sue difficoltà e le sue sfide esaltanti, perché tenuti nella paludosa bambagia di vite comode, spianate dai genitori, crescono con l’anima annebbiata e ignava. Come possono pensare di trovare un lavoro che li possa soddisfare? L’ideale dell’Io contemporaneo è diventare influencer, creativi, o entrambi. Ma anche in quegli ambiti un successo che duri richiede comunque notevole intelligenza, con talenti diversificati e ben allenati, preparazione, intuizione, competenza e visione. Per una influencer di successo ci sono diecimila ombre di illusi e di illuse che cercano di imitarne le imprese, invece di coltivare talenti che poi possano sfociare in un lavoro soddisfacente, se non con buona risonanza mediatica.
Secondo: la mancanza di conoscenza delle regole di base del vivere civile (una volta si chiamava educazione civica), con un degrado desolante del comportamento. Ormai resta solo la famiglia a fare la differenza. Dove l’educazione è un tratto distintivo dello stile della famiglia, i bambini imparano fin da piccoli le regole del vivere civile, passe-partout per la vita sociale e catalizzatore della capacità di realizzarsi nella vita. La scuola è in crisi. L’autorevolezza dei docenti è incrinata da due fattori concomitanti: la sistematica demolizione che ne hanno fatto i genitori, accelerata negli ultimi anni, e la ridotta competenza di parte dei docenti più giovani (con eccezioni su entrambi i fronti). Di conseguenza, la scuola non riesce più a dare a bambini e ragazzi, che partano socialmente svantaggiati, quell’opportunità di acquisire metodo, conoscenze di base e regole della buona educazione che sono il passaporto per inserirsi in modo soddisfacente nello scenario della vita sociale. E aspirare a lavori più gratificanti e meglio remunerati.
Terzo: la sistematica violazione delle regole, percepita come dimostrazione di libertà e indipendenza di pensiero. Provate ad andar per mare o a fare roccia, senza rispettare le regole della sicurezza: è in gioco la vita. Per strada le stragi del sabato sera, e non solo, con giovani ubriachi o drogati alla guida, sono ormai il primo fattore di morte propria e di molti altri innocenti. Sul lavoro l’ignoranza crescente, la mancanza di metodo e di conoscenza delle regole di base dell’educazione e del vivere sociale, la rozzezza nei modi, nei comportamenti, nella voce, predice impossibilità al lavoro. E allora via all’assistenzialismo e agli assegni di cittadinanza.
Quarto: l’esaltazione scriteriata dei diritti, diventati un mantra onnipotente, e l’assassinio sociale dei doveri. E’ questa la mina che ha progressivamente eroso il senso di responsabilità personale, verso la propria vita e quella degli altri, ma anche verso il mondo che transitoriamente abitiamo con una distruttività sconosciuta anche solo cent’anni fa. Sul lavoro, la sopravvalutazione dei diritti e l’erosione del senso del dovere, l’incompetenza e la presunzione che l’accompagnano, la perdita stessa dell’orgoglio di lavorare bene si traducono in crescente inaffidabilità, in errori madornali, in una demolizione del valore stesso del lavoro come pilastro del vivere sociale. Di fatto questo è anticostituzionale. Recita l’articolo 1 della nostra Costituzione: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Di chi?

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