A parità di talenti, che cosa fa la differenza tra un bambino, un ragazzo e un adulto che poi sorrideranno alla vita, vivendola con intensità e soddisfazione, con i suoi giorni di pioggia e i suoi giorni di sole, e i coetanei ai margini, con vite in grigio, da gregari, da falliti o da odiatori? Gli stili educativi. Espressione che sintetizza molti ingredienti: adulti responsabili, anzitutto, che mettono l’educazione del figlio come priorità dell’essere genitori. Dove l’amore, la certezza di essere stati voluti, amati e seguiti con dedicata attenzione, ma anche la solida fermezza nel motivare i “sì”, e i preziosissimi “no”, è finalizzata a dare la “base sicura” di fiducia in sé, su cui sviluppare poi talenti e vocazioni.
Quando converso con le mie pazienti, chiedo di vedere le foto di figli o nipoti: uno sguardo dice molto sulla qualità della creatura, il suo equilibrio interiore, o le sue zone oscure, le sue priorità, l’atmosfera educativa di cui è circondato. Negli anni, emergono alcuni denominatori comuni. E siccome ho l’onore e il privilegio di seguire pazienti anche da quarant’anni, con tre generazioni della stessa famiglia, ho un osservatorio privilegiato nel tempo, con pluralità di voci. Tocco con mano l’importanza della “frustrazione ottimale”, teorizzata dal grande Donald Winnicott, il “no” motivato, o il rimandare una gratificazione immediata, che aiutano la crescita del bambino e lo stimolano a reagire costruttivamente a piccoli e grandi ostacoli.
Le frustrazioni costruttive sono i pilastri che formano temperamento, carattere e capacità di reagire alle molte prove che la vita riserva a ognuno di noi. Gli atleti vincenti sono coloro che riescono a imparare sia dalle sconfitte, che sono le più cocenti frustrazioni, sia dall’analisi dei danni causati da un incidente o un trauma, per tornare a dare il massimo. Si veda la luminosissima Federica Brignone, ieri oro anche in Gigante, atleta che ha saputo reagire a un incidente che avrebbe letteralmente tagliato le gambe a chiunque, con una resurrezione fisica e mentale che ci lascia ammirati e commossi. Non si diventa atleti di altissimo rango, come Federica, se non si è respirata fin da piccoli l’educazione a imparare dalle difficoltà e dalle batoste della vita. Un applauso ai suoi genitori. Se non si impara a reagire, e a fare “di ogni difficoltà un’opportunità”, come diceva Seneca, se i genitori passano il tempo a spianare la strada, a viziare il piccolo tiranno in tutti i modi, a creargli alibi di fronte a ogni inadeguatezza o errore, indebolendone la personalità, invece di stimolarla, il futuro del piccolo è di essere l’ombra di quello che avrebbe potuto essere con il giusto stile educativo, sino al fallimento nella vita.
L’Italia è penultima in Europa per NEET (Not in Education, Employment, or Training) con il 15,2% di giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non fanno formazione. Dopo di noi solo la Romania, con il 19,4%. Ecco perché benedico anche i nonni che sanno dire di no ai nipotini. “No” affettuosi, certamente, all’interno di un rapporto d’amore sicuro, ma ben chiari nel lessico familiare. Che i nonni debbano “viziare” i nipoti, non solo coccolandoli ma anche concedendo regali e denaro, con varia generosità a seconda dello status, è un copione da rivedere con chiarezza. Mia nonna, che sicuramente mi ha amata in modo assoluto, usava i sì e i no educativi con serena efficacia. E per quanto mi amasse, non confondeva l’amore con la valutazione obiettiva di come mi comportassi o di quanto avessi imparato studiando. Mi ha ascoltata, mentre le ripetevo a voce alta le lezioni fino al liceo. E se mi diceva: «No, non la sai ancora bene. Studiala meglio e poi ti riascolto», siccome sentivo che aveva ragione, non ricordo di aver mai protestato o sbuffato, nonostante il temperamento certamente peperino. Perché lei era autorevole, e sapevo che era un commento obiettivo, perché invece approvava soddisfatta se avevo ben studiato. In più, avevo la certezza che poi a scuola sarei andata benissimo, quando lei mi avesse detto prima, ascoltandomi: «Sì, adesso l’hai fatta tua». Un adulto – genitore, nonno o zia – che ascolti con attenzione affettuosa il bambino che ripete a voce alta una lezione, correggendolo tutte le volte in cui sia appropriato, utilizza uno stile educativo di prim’ordine. Dice di fatto: scelgo di stare con te, questo tempo è per te, perché “volerti bene” significa ascoltarti, incoraggiarti, correggerti, stimolarti. Lo sguardo affettuoso, il “bravo” che arriva meritato, o la frustrazione che arriva puntuale e costruttiva per stimolare e far riflettere, e anche impegnarsi di più, con crescente senso di responsabilità, sono il sale dello stile educativo, che deve formare, non viziare. Questo amore solido, che sa dire di no, anche dopo decenni continua a fiorire, nella gratitudine.
Quando converso con le mie pazienti, chiedo di vedere le foto di figli o nipoti: uno sguardo dice molto sulla qualità della creatura, il suo equilibrio interiore, o le sue zone oscure, le sue priorità, l’atmosfera educativa di cui è circondato. Negli anni, emergono alcuni denominatori comuni. E siccome ho l’onore e il privilegio di seguire pazienti anche da quarant’anni, con tre generazioni della stessa famiglia, ho un osservatorio privilegiato nel tempo, con pluralità di voci. Tocco con mano l’importanza della “frustrazione ottimale”, teorizzata dal grande Donald Winnicott, il “no” motivato, o il rimandare una gratificazione immediata, che aiutano la crescita del bambino e lo stimolano a reagire costruttivamente a piccoli e grandi ostacoli.
Le frustrazioni costruttive sono i pilastri che formano temperamento, carattere e capacità di reagire alle molte prove che la vita riserva a ognuno di noi. Gli atleti vincenti sono coloro che riescono a imparare sia dalle sconfitte, che sono le più cocenti frustrazioni, sia dall’analisi dei danni causati da un incidente o un trauma, per tornare a dare il massimo. Si veda la luminosissima Federica Brignone, ieri oro anche in Gigante, atleta che ha saputo reagire a un incidente che avrebbe letteralmente tagliato le gambe a chiunque, con una resurrezione fisica e mentale che ci lascia ammirati e commossi. Non si diventa atleti di altissimo rango, come Federica, se non si è respirata fin da piccoli l’educazione a imparare dalle difficoltà e dalle batoste della vita. Un applauso ai suoi genitori. Se non si impara a reagire, e a fare “di ogni difficoltà un’opportunità”, come diceva Seneca, se i genitori passano il tempo a spianare la strada, a viziare il piccolo tiranno in tutti i modi, a creargli alibi di fronte a ogni inadeguatezza o errore, indebolendone la personalità, invece di stimolarla, il futuro del piccolo è di essere l’ombra di quello che avrebbe potuto essere con il giusto stile educativo, sino al fallimento nella vita.
L’Italia è penultima in Europa per NEET (Not in Education, Employment, or Training) con il 15,2% di giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non fanno formazione. Dopo di noi solo la Romania, con il 19,4%. Ecco perché benedico anche i nonni che sanno dire di no ai nipotini. “No” affettuosi, certamente, all’interno di un rapporto d’amore sicuro, ma ben chiari nel lessico familiare. Che i nonni debbano “viziare” i nipoti, non solo coccolandoli ma anche concedendo regali e denaro, con varia generosità a seconda dello status, è un copione da rivedere con chiarezza. Mia nonna, che sicuramente mi ha amata in modo assoluto, usava i sì e i no educativi con serena efficacia. E per quanto mi amasse, non confondeva l’amore con la valutazione obiettiva di come mi comportassi o di quanto avessi imparato studiando. Mi ha ascoltata, mentre le ripetevo a voce alta le lezioni fino al liceo. E se mi diceva: «No, non la sai ancora bene. Studiala meglio e poi ti riascolto», siccome sentivo che aveva ragione, non ricordo di aver mai protestato o sbuffato, nonostante il temperamento certamente peperino. Perché lei era autorevole, e sapevo che era un commento obiettivo, perché invece approvava soddisfatta se avevo ben studiato. In più, avevo la certezza che poi a scuola sarei andata benissimo, quando lei mi avesse detto prima, ascoltandomi: «Sì, adesso l’hai fatta tua». Un adulto – genitore, nonno o zia – che ascolti con attenzione affettuosa il bambino che ripete a voce alta una lezione, correggendolo tutte le volte in cui sia appropriato, utilizza uno stile educativo di prim’ordine. Dice di fatto: scelgo di stare con te, questo tempo è per te, perché “volerti bene” significa ascoltarti, incoraggiarti, correggerti, stimolarti. Lo sguardo affettuoso, il “bravo” che arriva meritato, o la frustrazione che arriva puntuale e costruttiva per stimolare e far riflettere, e anche impegnarsi di più, con crescente senso di responsabilità, sono il sale dello stile educativo, che deve formare, non viziare. Questo amore solido, che sa dire di no, anche dopo decenni continua a fiorire, nella gratitudine.