Mi è tornata in mente, quest’umanissima verità di Lao Tze, riguardando su YouTube Carolina Kostner mentre danza il suo capolavoro e vince il Mondiale di Pattinaggio, il 31 marzo scorso. Roba vecchia? No. Perché questa vittoria, storica nel pattinaggio, ha un significato umano che va oltre la danza e oltre il ghiaccio. La riguardo, al rallentatore, perché leggiadria, potenza ed eleganza, sulla musica di Mozart, sono un antistress formidabile. Perché, conoscendo la sua storia di atleta, ogni figura riuscita dà un’emozione in più. Perché è commovente vedere tanta tenacia volare, senza scuse. Con un esercizio libero da brivido, dove la caduta, letteralmente, è sempre sul filo della lama. Ben lo sapeva Carolina, che in passato ha vissuto cadute rovinose, la peggiore a Vancouver. Dieci Mondiali, e alla fine ha vinto lei. Una caparbia di successo, niente da dire. Perché ci vuole un gran carattere e un gran temperamento, per essere davvero dei vincenti. Carattere per affrontare le cadute, reali e metaforiche, le sconfitte, gli errori di giudizio, le illusioni, le stanchezze profonde, la fatica. Ci vuole disciplina per non arrendersi, e ripetere per anni esercizi su esercizi, cercando di migliorarsi, alla ricerca della propria perfezione. Comunque era una bimba dotatissima, potrebbe dire qualcuno: è più facile per i dotati eccellere! A volte. Ma il mondo è pieno di dotatissimi che in un’intera vita non hanno espresso nessuno dei loro talenti: uno spreco spaventoso. Di soddisfazioni, per loro, e di bellezza, nel senso profondo, per il mondo. Perché vedere una persona esprimersi al meglio, negli affetti, nel lavoro, nello sport, nell’arte, nella vita, è sempre un capolavoro. Di converso, la storia insegna che si può eccellere anche partendo da una situazione di netto handicap. Demostene, che divenne il più grande oratore dell’antichità, da piccolo era tragicamente balbuziente. Eppure si applicò così tanto, con così tanta tenacia, determinazione e coraggio, da solo, senza logopedisti né metodi moderni, da fare della spinta a superare un limite grave la via per un successo clamoroso.
Niente scuse, dunque. Solo un’autocritica costruttiva (non autodistruttiva) aiuta a crescere, a migliorarsi e a vincere, nello sport come nella vita. Se vedo un limite, nell’educazione dei giovani d’oggi, è la condiscendenza di troppi genitori nell’accettare, o peggio incoraggiare, la via delle scuse. Pessima. Perché taglie le gambe ai figli, invece di rinforzarle. Taglia le ali. Zittisce troppe parti del cervello: quelle che, connettendosi, trovano le soluzioni nuove, la grinta giusta, che allenano il carattere e la capacità di realizzare i propri sogni. Avete un figlio? Basta scuse. Ma prima di suggerirgli di trovare una soluzione, invece di un capro espiatorio, chiediamoci, sinceramente: io, che tipo sono? Cerco soluzioni? O cerco scuse? Verba volant, dicevano i Latini, exempla trahunt: le parole volano, gli esempi trascinano. E anche l’Italia andrebbe meglio, se abbandonassimo tutti, ogni giorno, almeno per qualche ora, la vampirosa via delle scuse.
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