Per la sua complessità e la comorbidità che spesso la caratterizza, l’endometriosi richiede una diagnosi e un approccio multidisciplinare, da parte di terapeuti – medici, infermieri e psicoterapeuti – che non solo siano competenti, ma che innanzitutto credano alla verità biologica del dolore.
Una diagnosi precoce e attenta alle diverse componenti del dolore, alle comorbidità associate, all’impatto della malattia sulla vita personale, affettiva e professionale della donna, possono nettamente migliorare il presente e il futuro delle donne affette.
La terapia deve essere mirata a ridurre le diverse componenti biologiche del dolore attraverso:
1) la riduzione della progressione della malattia con appropriate terapie ormonali, farmacologiche e/o chirurgiche;
2) terapie antalgiche convenzionali e non convenzionali;
3) un adeguato sostegno psicologico.
Questo approccio, definito “multimodale” perché si basa su terapie che si integrano fra loro, ha la massima probabilità di dare un miglioramento significativo della qualità della vita (1-10).
Purtroppo è esperienza comune di ben il 75% delle donne affette da endometriosi che i medici, uomini e donne, tendano a minimizzare la verità del dolore, soprattutto se non arrivano subito alla diagnosi corretta.
La banalizzazione psicologica – “Il dolore è tutto nella sua testa, signora”, “E’ stressata. Si rilassi”, sino al tremendo “E’ impossibile che senta così male” – creano una situazione emotiva terribile da sostenere, specialmente sul lungo termine.
Il non credere alla verità del dolore comporta infatti:
- un insopportabile senso di solitudine;
- il progressivo abbandono del sostegno emotivo da parte della famiglia e del partner, che finiscono col credere più ai medici che non alla donna, soprattutto se questa è giovane;
- l’aggravamento della depressione, dell’ansia e dei comportamenti di evitamento sociale, che possono determinare l’insuccesso scolastico e professionale;
- la perdita conseguente di autostima e di fiducia in sé, che possono concorrere a causare un vero e proprio “collasso esistenziale” in cui tutta la vita diventa dominata dal dolore.
Aumentare la consapevolezza sull’esistenza di questa malattia è quindi il primo passo, il solo che consenta di accelerare la diagnosi.
Il secondo è migliorare la cultura del dolore, tra il personale sanitario e la gente comune.
Il terzo è sviluppare terapie antalgiche articolate e multimodali, che possano ridare serenità e fiducia nel futuro.
Il quarto è promuovere la ricerca, per comprendere la fisiopatologia di questa malattia ancora misteriosa che tiene in scacco con la sua aggressività e impredicibilità di decorso.