Alessandra GraziottinAlessandra Graziottin
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26/10/2016

Una morte annunciata, e due bimbi orfani e disperati


Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica
H. San Raffaele Resnati, Milano


Chi di noi avrebbe mai fatto testamento a 28 anni? Chi di noi nella giovinezza ha neanche mai pensato di scrivere una lettera con le ultime volontà? Può farlo solo chi sente l’angoscia di morte che gli attanaglia il cuore. Si sente quasi obbligato a farlo chi intuisce che è stata emessa una sentenza di morte, una condanna a morte, privata e arbitraria, e senza appello. Sarà solo questione di mesi, o giorni, subirla.
Una giovane donna atterrita guarda il futuro, guarda i suoi due bambini piccoli: e intuisce disperata che in quel futuro lei non ci sarà più. Davanti vede una strada buia, i suoi bambini che camminano verso il futuro, forse tenendosi per mano. Piccoli. E soli. Lei non ci sarà più a proteggerli, a consolarli, ad amarli. «A chi posso affidarli? Che si sappia che voglio che sia mia madre. Almeno lei avrà cura di loro».
Può succedere che una giovane donna con bimbi piccini scriva una lettera testamento, così dolorosa e disperata, se colpita da una malattia grave e irrimediabile, nonostante le cure più attente e avanzate. Ma allora la famiglia è vicina e, pur nel dolore immenso di lasciare la vita troppo presto, c’è la consolazione di avere intorno affetto e amore. C’è la certezza che il padre seguirà quei bambini, che i nonni saranno presenti e si prenderanno cura dei piccoli insieme al papà.
Per Stefania, invece, uccisa brutalmente a 28 anni, la condanna a morte è stata eseguita dopo quattro anni di torture domestiche. Anni vissuti nella solitudine, nel terrore, nella disperazione. Quattro anni in cui anche i suoi due bambini piccoli sono stati testimoni atterriti e vittime innocenti di quell’inferno quotidiano. Due bambini che ora si ritrovano con la mamma morta e il padre assassino.
Ancora una volta, una tragedia senza ritorno, irrimediabile. Con due conseguenze: l’assuefazione sociale, per cui si parla di femminicidio con la stessa indifferenza annoiata con cui parliamo delle stragi in mare dei migranti. Qualcosa di lontano, che non ci tocca da vicino, e dunque non ci interessa, anzi quasi ci infastidisce. E l’inefficacia delle strategie di diagnosi precoce della violenza domestica e di prevenzione delle sue terribili conseguenze.
Mettiamoci nei panni di Stefania. Mettiamoci nel suo cuore, nella sua mente. Che vita infame. Possibile che ancora una volta le violenze siano continuate per anni, senza che ci fosse un intervento efficace per salvare lei e i suoi bambini traumatizzati per sempre? Funziona la legge contro la violenza sulle donne? No, purtroppo. Dobbiamo riprendere in mano tutta la questione. Ce lo chiedono queste donne, centinaia di donne condannate a morte nella violenza e nella solitudine, con la complicità della nostra indifferenza. Ce lo chiedono dolenti nell’ombra, mentre guardano i loro figli soli, da lontananze infinite. Ce lo chiedono i loro bambini orfani, che della vita hanno visto il volto più tragico e amaro. Se abbiamo un cuore, impegniamoci per cambiare questo orrendo stato di cose. Per migliorare davvero la capacità di aiuto e protezione delle donne in questa presuntuosa Italia, che si racconta di essere un Paese civile.

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Parole chiave:
Abuso, molestie, stalking, violenza sessuale e domestica - Omicidio / Femminicidio / Infanticidio - Politica - Riflessioni di vita - Solitudine

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© 2016 - Prof. Alessandra Graziottin

ATTENZIONE: Ogni terapia va individualizzata e monitorata in ciascuna paziente dal medico specialista esperto nel campo. Queste schede informative non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza esplicito parere medico.