Alessandra GraziottinAlessandra Graziottin
Condividi su
stampa
02/06/2008

Se la mamma "dimentica" il figlio


Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica H. San Raffaele Resnati, Milano


Può una mamma “dimenticarsi” la bambina in auto, come è successo alla infelice signora di Merate? Sì, può. Nella catena di automatismi mattutini, alzarsi di corsa, lavarsi, vestirsi, svegliare i bambini e vestirli, preparare la colazione, controllare le cartelle, prendere la borsa per la scuola, è saltato il comando “lasciare la bimba più piccola dalla baby-sitter”. Il pilota automatico della scansione delle corse mattutine prima di arrivare al lavoro procede inesorabile. Saltato quel comando, perché la bimba dorme e non dà segno di sé dal sedile posteriore, l’automatismo procede. Arrivare a scuola, parcheggiare, chiudere la macchina, entrare di corsa nella sala insegnanti, e di corsa in aula. Mattina intensa di lezioni. Nessun allarme interno, nessun segnale rosso, nessun pensiero improvviso: “Oddio, non ho portato la bambina dalla tata!”. “Oh Signore, l’ho lasciata in macchina!”. No. Rimozione completa.
Può un padre dimenticare il bambino in auto? Sì, può, come era successo dieci anni fa a Catania, a un operaio che dimenticò il suo bambino di quasi due anni in auto. Dimenticò di lasciarlo al nido, mentre andava al lavoro. Soprappensiero, lo lasciò addormentato nell’auto, nel parcheggio assolato. E alla fine del turno, lo trovò agonizzante nella macchina. Anche allora, una tragedia.
Due casi drammatici in dieci anni. Rari, si dirà: solo perché con conseguenze estreme. Meritano invece una riflessione perché sono i segni pesanti e terribili di dimenticanze molto più frequenti, ma più brevi, che un numero crescente di genitori ha nei confronti dei figli, specie se piccoli. Dimenticanze che non si concludono in modo atroce perché di durata minore, perché accaduti in ambiti meno pericolosi di un’auto lasciata al sole, o perché qualche parente interviene prima, limitando i danni. Ma responsabili spesso di incidenti domestici, anche gravi, quando il bambino viene “perso di vista” perché ci si è dimenticati del piccolo, mentre si è occupati in altro, anche per pochi minuti. La dimenticanza originale, staccata dalle sue conseguenze, più o meno gravi, resta rinchiusa nei silenzi della famiglia, e se ne perde traccia e memoria. Ma sono dimenticanze di cui questi due bambini morti sono solo il segno più doloroso e purtroppo irreversibile.
Che cosa facilita oggi questa dimenticanza grave, per il bambino ma anche per l’adulto? E’ un incidente “impensabile”, oppure il segno di una grave irresponsabilità, o, ancora, la conseguenza di una imperdonabile negligenza, o di qualcos’altro? Innanzitutto, dobbiamo riconoscere che il meccanismo feroce della dimenticanza ci tocca tutti: la stanchezza, la mancanza di attenzione e di concentrazione, ci portano ad una quantità crescente di “atti mancati”, come li definì Sigmund Freud, che ne fece un’analisi accurata. Freud insisteva sull’aspetto inconscio del dimenticare, come un “non voler fare”. L’atto mancato, in altre parole, direbbe la vera intenzione della persona: non faccio una cosa perché non ho voglia di farla, perché in realtà desidero fare l’opposto, perché mi interessa qualcos’altro. L’atto mancato esprimerebbe allora un’intenzionalità intensa e profonda, così potente da indurci a fare qualcosa di diverso o, addirittura, contrario a quanto vorremmo fare consapevolmente.
Tuttavia, mi sembra che in queste dimenticanze nei confronti dei propri figli ci siano degli elementi che non ascriverei all’intenzionalità, seppure inconscia, ma semmai al sinistro effetto degli automatismi in cui tutti siamo crescentemente inseriti, per sopravvivere a vite sempre più concitate e frenetiche. L’obiettivo di ogni persona che lavori e abbia una famiglia diventa infatti l’ottimizzazione di quella corsa a cronometro che è l’avvio mattutino della famiglia, per scuola e lavoro. Se poi non ci sono aiuti domestici, la corsa continua nella giornata e nel tardo pomeriggio fino a notte, per riuscire a svolgere sufficientemente bene tutti i compiti che una donna e un uomo con famiglia si trovano ad affrontare. Molto spesso, più ancora le donne degli uomini. E allora, che cosa riducono le donne per riuscire a fare (quasi) tutto? Le ore di sonno. Ma la carenza cronica di sonno amputa drasticamente l’energia vitale, rendendo tutto più faticoso, e aumentando la quota di vita consegnata agli automatismi. Riduce drasticamente l’attenzione e la concentrazione su quello che si sta facendo, pilastri primi della memoria. Senza attenzione, la dimenticanza, è in agguato: dalle pentole sul fuoco, alle chiavi di casa, alla spesa sul pianerottolo, all’appuntamento dal dentista, al bambino che sta giocando in un’altra stanza, o da solo in giardino. La carenza di sonno causa anche depressione, o la peggiora. E anche questa contribuisce alle dimenticanze e agli errori di attenzione che lasciano la nostra vita in mano agli automatismi, sempre più pericolosi quanto più si abbassa la soglia di attenzione. Pericolosi fino a diventare mortali, soprattutto in caso di depressione. I bambini figli di madri depresse hanno il 44% in più di ricorsi al Pronto soccorso pediatrico rispetto ai figli di madri non depresse, proprio in conseguenza di dimenticanze e disattenzioni. Un dato che parla da solo.
Queste tragedie ci lasciano allora inquieti e turbati: per quel piccolino e quella piccolina morti soli, sentendosi abbandonati, piangenti e accorati, fino a morire, non solo di caldo ma forse di disperazione. Ma anche per quella madre e quel padre, che non si perdoneranno mai per le conseguenze così gravi di un gesto che non sanno spiegare nemmeno a se stessi. E’ così orribile, la conseguenza del dimenticare un figlio, che un genitore può arrivare a desiderare la morte: perché sente di non poter più continuare a vivere, dopo quello che è successo, e perché il tormento per l’accaduto e i sensi di colpa possono essere così pervadenti da uccidere la sua stessa vita.
Per tutti noi, che abbiamo figli o nipotini, fatti così gravi contengono un monito: facciamo attenzione alla stanchezza, alla carenza di sonno, alle piccole dimenticanze, se ci sono già capitate. Raddoppiamo l’autocontrollo, raddoppiamo le attenzioni, limitiamo gli automatismi. Soprattutto, rallentiamo i ritmi, soffermiamoci sulle cose (importanti) da fare, ancora di più se abbiamo bambini piccoli: perché la vita e la salute di un figlio sono le vere priorità della vita. E perché una dimenticanza più grave delle altre può essere fatale.

top

Parole chiave:
Astenia / Stanchezza - Infanzia - Morte e mortalità - Riflessioni di vita - Sonno, insonnia e disturbi del sonno

stampa

© 2008 - Il Gazzettino

ATTENZIONE: Ogni terapia va individualizzata e monitorata in ciascuna paziente dal medico specialista esperto nel campo. Queste schede informative non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza esplicito parere medico.