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Quando la malattia è una sfida alla speranza

25/04/2005

Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica H. San Raffaele Resnati, Milano

“La sua ultima Messa è stata la sua agonia”, così ha detto di Papa Giovanni Paolo II il Cardinale Joseph Ratzinger, ora Papa Benedetto XVI, l’8 aprile, nell’omelia funebre. Ripensavo a quelle parole, mentre ieri assistevo alla potenza evocativa della cerimonia di insediamento del nuovo Papa, inizialmente emozionato, i capelli argentei scompigliati dal vento, eppure fermo, luminoso e convincente nel suo discorso ai fedeli e al mondo. Più volte ha ricordato il suo predecessore, con profondo rispetto e senso di continuatà. Più volte ha sottolineato il potere trasformativo di quell’incarico dalla responsabilità inaudita e il bisogno di una coralità di preghiera e di aiuto spirituale reciproco. Papa Benedetto XVI eredita una fede rinforzata non solo dal carisma straordinario del suo predecessore, ma anche dall’esempio che egli ha dato nella sua lunga malattia.
Ascoltando molte mie pazienti anziane, e rileggendo i discorsi del Cardinale Ratzinger di questi giorni, ho forse compreso meglio perché l’esperienza umana, oltre che religiosa, di Papa Giovanni Paolo II abbia toccato così tanti cuori, mosso così tante persone e creato un senso di partecipazione agli eventi religiosi di questo periodo quale mai si era visto prima.
Nel 1988, quando il morbo di Parkinson si rese clinicamente evidente, la forza fisica del Papa, animata da una spiritualità immensa, era ancora straordinaria. Continuò a pensare e pregare, a reggere le redini della Chiesa, a viaggiare, come se la malattia fosse un incidente marginale. Il Parkinson è malattia progressiva. Ha nove anni, in media, di “finestra terapeutica”, cioè di tempo in cui i farmaci riescono efficacemente a compensare la carenza di quel neurotrasmettitore critico per il governo dei movimenti che è la dopamina. Il Parkinson compare perché piano piano muoiono le cellule nervose che la producono: e diventa clinicamente evidente quando la maggioranza di esse è già andata distrutta. Dopo la zona franca degli anni in cui la malattia è compensabile, diventa sempre più difficile trovare l’equilibrio terapetico fra i due estremi: la rigidità muscolare, quando il farmaco è eccessivo, e il tremore ingovernabile, quando i farmaci non raggiungono e mantengono nel sangue – e nel cervello – i livelli ottimali, necessari per regolare quel finissimo equilibrio che modula il tono muscolare e consente a ciascuno dei quasi 400 muscoli del corpo di contrarsi e rilassarsi in perfetta sinergia con tutti gli altri. Noi, ancora sani, diamo per scontato che tutto funzioni. Chi soffre di Parkinson conosce sulla propria pelle quanto sia dolorosa questa resa all’impossibilità di fare anche i gesti più semplici. Piano piano il tradimento del corpo diventa più evidente. L’autonomia nel camminare, nel muoversi, si riduce progressivamente. La mano che non esegue più gli ordini che il cervello le dà diventa una sfida continua alla speranza, una frustrazione indicibile, un’offesa perfino al senso della dignità personale. Eppure Giovanni Paolo II è andato avanti, nonostante i corvi che ne auspicavano il ritiro, non comprendendo nulla della potenza evangelica propria di quella sua ultima fase di vita. Il suo esempio vivente è stato capace di toccare anche cuori induriti e cinici, più di qualsiasi discorso. Per lunghi anni ha combattuto contro una malattia sempre più fuori controllo, facendoci cogliere solo bagliori dell’immenso sforzo di volontà, e di fede, che ogni gesto gli costava. E’ vero: le parole volano, gli esempi trascinano. 
“Questa Papa, così malato, mi dà tanto coraggio”. “Quasi non respira, eppure continua a dare un esempio di forza, di speranza e di dignità”. Così mi hanno detto in questi anni molte donne anziane e malate, così mi hanno detto anche malati di Parkinson, che più di tutti sanno cosa significhi vivere con questa insidiosa malattia, che ogni giorno sottrae un frammento di autonomia, e “ti porterà dove tu non vuoi” (Gv 21,18). Quando anche i muscoli respiratori hanno cominciato a non farcela più, ed è stata necessaria anche la tracheotomia, e anche la parola lo ha abbandonato, questo straordinario combattente per la fede ha iniziato la sua ultima Messa: la sua agonia, come benissimo ha detto l’allora Cardinale Ratzinger, prima di rimettersi nelle mani di Dio. Del suo lungo addio, a tutti, cattolici e non, è rimasto un senso altissimo non solo di fede e di rinnovata testimonianza del Vangelo, ma anche della straordinaria dignità che l’uomo può mantenere fino all’ultimo, quando il corpo si arrende all’impossibilità di continuare a vivere e diventa polvere e ombra.
Bene ha fatto il Cardinale Ratzinger, nell’omelia funebre, a ricordare la grande potenza trasformativa e purificatrice della sofferenza, e del silenzio forzato degli ultimi giorni, proprio citando Giovanni Paolo II, quando in “Memoria e identità” scriveva: “E’ la sofferenza che brucia e consuma il male con la fiamma dell’amore”. Bene ha fatto il nuovo Papa Benedetto XVI, dal nome beneaugurante, a sottolineare la stretta continutà con il Suo predecessore. Contro le solitudini e la disperazione contemporanea, un percorso di fede autentica e testimoniata è forse l’unica via che possa ridare le ali alla speranza.

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