Alessandra GraziottinAlessandra Graziottin
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06/05/2018

Madre rapisce il figlio neonato: conflitto tra diritti e doveri


Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica
H. San Raffaele Resnati, Milano


Una mamma polacca di 32 anni rapisce il figlio neonato, sottraendolo al nido in cui era custodito in attesa della decisione del Tribunale per i minori. Mamma e bambino sono stati ritrovati dopo alcune ore, a casa del fratello di lei. La donna aveva partorito in stato di ubriachezza: un motivo serissimo per non darle il bimbo a casa, con la dimissione. Poteva solo venire in ospedale ad allattarlo. In passato le era già stato tolto un altro figlio. Nel 2013 era stata arrestata per spaccio di stupefacenti.
E’ una decisione crudele, questa di non dare il figlio alla mamma, che probabilmente fa uso di alcolici in modo continuo, e che forse ha dipendenze multiple? O è una decisione giusta dal punto di vista del piccolo? Quali problemi ci sarebbero a consentirle di portarsi a casa il figlio? Le preoccupazioni riguardano la capacità reale della donna di prendersene cura in senso fisico ed emotivo, con il rischio concreto di trascuratezze gravi in un contesto di forti difficoltà affettive, relazionali, economiche. Purtroppo l’esperienza insegna che l’uso di alcol fino all’ubriachezza in gravidanza e perfino in prossimità del parto sono un pessimo indizio prognostico sul futuro di quel bambino. Un futuro che vede già inquietanti fattori di rischio per il piccolo sul fronte dello sviluppo cerebrale, il livello cognitivo, la stabilità emotiva e il rischio di future dipendenze.
I nove mesi non sono una zona protetta. Tutto quello che la mamma assume passa al bambino, in un continuo dialogo biochimico. Se la mamma beve, l’alcol passa rapidamente al piccolo, come se gli si desse un biberon di alcolici: il danno alle cellule nervose è precoce e se le bevute sono ripetute i danni neurologici sono irreversibili, al punto che si parla di “fetopatia alcolica”. Anche se meno eclatanti di quelli visibili persino al primo esame del neonato, i danni cerebrali da alcol – a cui un feto è molto più sensibile di un adulto data la grande plasticità e sensibilità del suo sistema nervoso – possono lasciare un’ombra lunga su tutto il futuro del piccolo. Non esiste infatti una soglia minima di uso di alcol in gravidanza al di sotto della quale il bimbo non abbia conseguenze. Ecco perché i medici attenti raccomandano: tolleranza zero! Il danno è poi proporzionale alla frequenza d’uso, alla quantità e al tipo di alcolici, al possibile effetto peggiorativo di altre sostanze psicoattive. Purtroppo la banalizzazione in corso del danno da sostanze (per esempio, la cannabis), fumo e alcol porta a un numero crescente di bimbi esposti a sostanze tossiche senza che questo venga nemmeno riportato nella cartella clinica. Nello specifico i motivi di preoccupazione erano gravi. Tuttavia, un elemento inquietante riguarda i tempi decisionali prima che il bambino venga o affidato alla madre o dato in adozione. Quel limbo, quella separatezza, quel silenzio degli affetti, è altrettanto pericoloso. E il fatto che il bambino venga per mesi o anni affidato a una “struttura protetta” lascia altrettanti interrogativi sul suo futuro. Senza nulla togliere all’attenzione del personale medico e paramedico, resta il fatto che l’istituzionalizzazione priva ogni bambino di quell’esclusività di rapporto – con la mamma o un suo sostituto stabile – che sono essenziali per creare le basi primarie dell’equilibrio affettivo, emotivo ma anche di salute. Se una mamma partorisce in evidente stato di ubriachezza, gli accertamenti – anche sull’uso di altre sostanze – dovrebbero essere rapidi. Veloce e accurato dovrebbe essere l’approfondimento sulla possibilità che si possa prendere cura effettivamente del piccolo. E sul contesto familiare: c’è un padre? È in grado di occuparsene e di collaborare dal punto di vista affettivo, oltre che economico?
Se ci sono serie possibilità positive, allora il bimbo andrebbe dato a casa, alla mamma biologica, con una quotidiana supervisione e un aiuto sostanziale, perché anche lei possa uscire dal tunnel di dipendenza in cui si trova. Se le evidenze depongono per un’incapacità sostanziale, il bimbo andrebbe dato subito in adozione (non in affido). Perché possa crescere con una coppia genitoriale stabile e affettuosa, che possa ridurre la sua vulnerabilità agli effetti di quell’esposizione precoce all’alcool. Soprattutto, per dargli quella certezza d’amore che è fatta di tenerezza, di dedizione, di dolci e sane cure quotidiane, più importanti e positive di un amore materno che non sa andare oltre l’istinto. Purtroppo il “superiore interesse del minore”, di cui tanto si parla, finisce spesso nel limbo tragico di tempi burocratici elefantiaci, altrettanto pericolosi dell’inadeguatezza delle cure materne. Un bambino è molto di più di una cartella clinica.

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Parole chiave:
Adozione e affidamento - Alcol - Dipendenze, droghe e doping - Gravidanza - Riflessioni di vita - Rischi pediatrici - Rischio ostetrico

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© 2018 - Il Mattino

ATTENZIONE: Ogni terapia va individualizzata e monitorata in ciascuna paziente dal medico specialista esperto nel campo. Queste schede informative non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza esplicito parere medico.