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L'omosessualità nascosta dietro le sbarre: le ragioni e i rischi

27/02/2017

Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica
H. San Raffaele Resnati, Milano

E’ vero che in carcere aumentano i comportamenti omosessuali? Sì: il dato, noto agli addetti ai lavori, fa parte di quei segreti, fatti di omertà e d’ombra, su cui a tratti si accende uno squarcio di luce. La rivelazione della controversa Amanda Knox di aver vissuto seduzioni di tipo omosessuale, mentre era in carcere in Italia, riaccende l’interesse sulla sessualità in condizioni di prigionia. Le sue dichiarazioni, tra il provocatorio e lo strumentale, accendono pruderie e voyerismo. Il problema in realtà è serio e negletto. Perché emergono questi comportamenti omosessuali? Ci sono differenze tra uomini e donne nel modo di esprimerli e di viverli? E con quali rischi?
Un comportamento omosessuale può nascere anzitutto da ragioni “espressive”: sono omosessuale, ho desideri omosessuali, mi comporterei di conseguenza. Gli omosessuali per orientamento primario (circa il 10%), uomini e donne, si comporterebbero in carcere come nella vita reale, contesto permettendo, vista la persistente omofobia presente in molte realtà carcerarie. Il rapporto può essere consensuale, se l’orientamento omosessuale è condiviso da entrambi/e i partner, o imposto, con variabile violenza. Più spesso, la persona omosessuale, proprio per il fatto di esserlo, è invece vittima di un’aggressività distruttiva, da parte di altri maschi che si sentono “normali”: il più alto tasso di suicidi in carcere avviene proprio tra gli omosessuali.
Il comportamento omosessuale esclusivo in carcere può invece emergere come “necessità” legata al desiderio fisico e all’impossibilità di avere rapporti con persone dell’altro sesso. Interessa detenuti che nella vita reale sono eterosessuali, o bisessuali. Perché lo fanno? Tra gli uomini, emergono due dinamiche principali: lo sfogo fisico di una pulsione sessuale che, data la situazione, non ha modo di esprimersi altrimenti. E l’espressione di un’aggressività prevaricante, finalizzata a umiliare l’altro, per dimostrare una superiorità nel gruppo dei detenuti, per sottolineare chi comanda, per dare una lezione, per punire, per mandare un messaggio. In chi la agisce, la sodomizzazione ha in tal caso il significato principale di vittimizzazione violenta e abuso strumentale. Il piacere, che può essere molto intenso, nasce dalla combinazione della pulsione sessuale penetrativa amplificata dal gusto sadico dell’umiliazione e dell’esibizione, ancor più forte se la cosa è vista o risaputa dagli altri detenuti. Nell’uomo che la subisce, assume la doppia valenza di umiliazione e di violenza dolorosa e traumatica, fisicamente e moralmente. Può causare malattie sessualmente trasmesse, tra cui l’HIV, e scatenare depressione fino al suicidio. Tra detenute sono da sempre più frequenti le espressioni fisiche di affetto, abbracci, baci e carezze, non finalizzate all’atto sessuale, che hanno un potente ruolo di contrasto alla solitudine e allo stress. L’attuale liberalizzazione dei comportamenti affettivi ed erotici, anche nella popolazione generale, porta oggi ad agire con maggiore disinvoltura e frequenza comportamenti esplicitamente sessuali – dal bacio profondo alle carezze intime – che possono diventare dominanti in una condizione di spazio e libertà limitati, qual è il carcere.
Il grado di “consenso” fa la differenza, dentro e fuori dal carcere. Il consenso, espresso nel condividere spontaneamente e volentieri un comportamento intimo ed erotico, è preludio a una pausa desiderata e a una fonte di piacere, più o meno segreto, che accende di vita la noia e la segregazione del carcere. In caso invece di coercizione, quello che per una carcerata può essere uno sfogo gradito, può essere per l’altra una fonte di ulteriore stress, tensione, inquietudine e solitudine. L’inquietudine può generare depressione se il comportamento omosessuale subìto si scontra con un credo personale, un’idea di sé come “eterosessuale normale”, e alimentare ansia e paura di una coercizione più o meno subdola o violenta.
Uscite dal carcere, le persone che avevano avuto comportamenti omosessuali compensatori, per necessità, tendono a riprendere la loro vita eterosessuale, come prima del carcere. I danni peggiori li riporta chi è stato vittima di gesti sessuali non voluti, o di vere aggressioni sessuali. Sulle cicatrici della prigionia restano intrecciate quelle delle violenze subìte, che spesso restano segrete, e delle malattie contratte, per intimidazione e/o paura di ritorsioni anche dopo il ritorno nella vita reale. Ciò che resta doloroso e occultato continua allora a far danni, nell’ombra e nel silenzio, dentro e fuori dal carcere.

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