Alessandra GraziottinAlessandra Graziottin
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22/03/2010

Il suicidio di un figlio, dolore che annienta la vita


Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica H. San Raffaele Resnati, Milano


La perdita di un figlio è un dolore atroce per ogni genitore. Perché va contro la legge della vita, in cui nel fluire delle generazioni sono i vecchi a passare il testimone della famiglia ai più giovani che vanno incontro al futuro. E perderlo per suicidio può causare un dolore insostenibile, pervadente, annichilente. Un dolore contro cui si smarriscono gli affetti degli altri familiari, contro cui annaspa la fede, contro cui si arrende ogni frammento residuo di amore per la vita. Con la morte di un figlio suicida muore con un taglio netto, violento e irreparabile non solo la persona che abbiamo amato – a volte più di noi stessi – ma anche una parte essenziale di noi e di quello che siamo stati insieme a lei.
A volte il figlio suicida è il più fragile della famiglia, o quello contro cui la vita si è accanita di più: per malattie, per traumi, per incontri sbagliati, per infelice destino. Succede spesso che proprio quel figlio sia quello per cui abbiamo sofferto di più, per cui abbiamo lottato e sperato di più, per cui ci siamo sacrificati, abbiamo penato e pregato. Che gioia quando si è sposato! Ora la sua morte vanifica – o sembra vanificare – tutto quello che abbiamo fatto per lui e con lui. Tutto si azzera. A fargli amare la vita, a fargli desiderare di amarla ancora, non sono bastati l’amore, l’affetto, la presenza, l’aiuto concreto, le notti insonni, quando l’abbiamo assistito in passato, se malato o ferito. La sua morte ci pone di fronte all’abisso dei sensi di colpa. E ci tormenta il pensiero di quello che non abbiamo fatto o detto, di quello che non abbiamo colto e intuito: “Come ho potuto non accorgermi che era così disperato? Come ho potuto non capire che stava così male dentro? Come ho potuto...”. Le notti insonni diventano un’autoaccusa continua. I frammenti di giorni che affiorano alla memoria ci perseguitano: ci ritorna in mente quella frase, che allora ci sembrava innocua, e ora ci pare sveli tutto un progetto di morte che avremmo potuto ancora riportare sul fronte della vita.
Subito dopo il suicidio, il dolore ottenebrante impedisce di pensare. Poi, con il passare dei giorni, è l’assenza a diventare intollerabile. Quando la mano digita automaticamente il suo numero di telefono, per raccontargli qualcosa, per chiedere: “Come stai?”, e poi ci si interrompe, con un lampo nel cuore: “Ma cosa sto facendo?! E’ morto...”. Quando si torna a casa, e lui non c’è. Non c’è più la sua voce, non c’è lo sguardo scuro, e nemmeno il sorriso di fronte al piatto preferito. L’assenza ci interroga su quello che non siamo riusciti a essere per lui e con lui. Un genitore preferirebbe morire al posto del figlio. Ancor più al posto di un figlio suicida, per salvarlo, ma anche per sottrarsi alla nostalgia, così densa e dolorosa, che può diventare più pesante dei sensi di colpa. Nostalgia – il dolore del ritorno – in cui ogni ricordo, ogni fotografia, ogni lettera, ma anche un vecchio maglione e perfino un giocattolo di tanti anni fa riaprono il dolore dell’assenza. Il mistero della morte diventa più fitto: “Perché il mio amore non è bastato a tenerti in vita?”.
Una domanda ancora più squassante per una madre, la coraggiosa Anna, che ha dato tutta se stessa perché il figlio potesse superare molteplici interventi per un problema cardiaco e avere una vita normale e serena – e forse a tratti felice – come tutti gli altri ragazzi. Quel suicidio vanifica i sacrifici, l’impegno e l’amore di una vita: è una dichiarazione di fallimento. Anche se è nato da uno sconforto immenso e paralizzante su di sé che ottenebra il giudizio su tutto il buono e l’amore che si è ricevuto. La disperazione è un gorgo maligno che nega la verità di una vita. Ma per chi resta, il fatto in sé, il suicidio, pesa più di tutto il resto. E se quella madre affettuosa e generosa è anche cattolica, con una religiosità antica, il suicidio del figlio diventa ancora più angosciante. Perché è un gesto che separa nella vita ma potenzialmente anche dopo la morte. Nella solitudine densa di angoscia e di assenza, densa di sensi di colpa e di nostalgia, nella pesantezza di giorni sempre più difficili da vivere, cresce allora un pensiero: “Quale che sia il tuo destino dopo la morte, non ti lascio solo. Voglio stare per sempre con te, e consolarti come non ho saputo fare prima. Con la tua stessa morte, ti ritroverò con lo stesso destino...”. Misteriosamente, il gesto più disperato, il suicidio della madre dopo quello del figlio, può racchiudere un dono e la speranza di ritrovarsi, ancora. Insieme. Gesto difficile da accettare e comprendere per chi resta, a sua volta lacerato e ferito dalle stesse domande, dagli stessi sensi di colpa, dalla stessa assenza, dalla stessa nostalgia. Di fronte alla morte autoinflitta, di fronte alla voragine di dolore che l’ha determinata, non resta che il silenzio. Un silenzio dolente, affettuoso e rispettoso, che a capo chino ci riporti a riflettere su ciò che è essenziale nella vita. E a saper poi confortare, nei fatti e col cuore, chi nella famiglia dei superstiti oggi si sente ancora più annichilito e più solo.

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Parole chiave:
Adolescenti e giovani - Riflessioni di vita - Suicidio

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© 2010 - Il Gazzettino

ATTENZIONE: Ogni terapia va individualizzata e monitorata in ciascuna paziente dal medico specialista esperto nel campo. Queste schede informative non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza esplicito parere medico.