Alessandra GraziottinAlessandra Graziottin
Condividi su
stampa
04/05/2009

Il gattino che ha commosso il mondo


Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica H. San Raffaele Resnati, Milano


Quanto impatto può avere un animale sulla nostra vita? Quante vite può toccare un singolo gatto? Come è possibile che un gattino abbandonato trasformi una piccola biblioteca della profonda provincia americana in un luogo d’incontro e di conforto? E possa diventare il cuore di una cittadina, attrarre l’attenzione di un’intera regione e diventare alla fine famoso nel mondo, una vera star su giornali, radio e televisioni, dagli USA alla Gran Bretagna fino al Giappone (meno che in Italia, dove la sua fama sta arrivando solo ora)? Per rispondere a queste domande bisogna conoscere la storia di Dewey (pronuncia Duwi) Readmore Books, tenerissimo gattino tutto biondo trovato abbandonato e semiassiderato nella cassetta per la restituzione dei libri nel fine settimana, il 18 gennaio 1988, in una piccola biblioteca di una cittadina di provincia. “Era il più freddo mattino dell’anno, nel già gelido inverno di Spencer, cittadina dello Iowa, stato granaio degli USA. Il termometro dava meno quindici, per non parlare del vento, che tagliava la pelle sotto i vestiti e faceva rabbrividire le ossa intirizzite. Un freddo assassino, che rendeva doloroso anche il respirare. La grande pianura dello Iowa è spazzolata dal vento che arriva veloce e gelido dai ghiacci del Canada, attraversando senza ostacoli i Dakota...”.
Comincia più o meno così “Io e Dewey”, di Vicki Myron (Sperling e Kupfer, 2009), la storia straordinaria di questo gattino e dei suoi 19 anni di vita come gatto di biblioteca insieme a Vicki Myron, la bibliotecaria che lo ha salvato e adottato. Uno storia poetica e commovente, che è molto di più della storia di un gattino, ancorché dotato di straordinaria empatia. E’ la storia di come l’evento più tragico – l’abbandono nel mattino più gelido, in cui è massima la probabilità di morire assiderato – possa trasformarsi in una storia d’amore, di salvezza, di generosità, di attenzione, di bellezza e profondità di sentimenti. Ognuno può ritrovarsi e identificarsi nel destino singolare di Dewey che, dal momento in cui viene salvato, distribuisce affetto e attenzione a tutti i frequentatori della biblioteca. La sua storia si intreccia con quella difficile e sofferta di Vicki, e di Spencer, cittadina quasi travolta durante la grande crisi agricola americana degli anni Ottanta. E ci mostra il meglio della profonda provincia americana, la capacità di solidarietà, di coesione, la forza dei legami familiari, il radicamento nella terra e in poche e solide convinzioni, la fiducia nell’aiuto reciproco, nonostante molte prove del destino.
Ho anch’io un gattino – Tiptap, detto Tippi, detto “Amore grandissimo” – trovato mezzo morto, di poche settimane, solo pelle e urli, in una notte senza luna, abbandonato tra i cespugli lungo una strada all’Elba. So che cosa si prova a salvare un esserino così disperato, e quanto l’amore possa trasformare il destino di un reietto in quello di un principino adorato. Ma ho imparato quanto le ferite dell’abbandono segnino comunque il carattere, anche di un gattino, per sempre. E quanto la dedizione, le cure, le coccole, consentano a un piccolo animale interazioni emotive con gli umani estremamente complesse, profondamente gratificanti e confortanti. Al punto di pensare: gli manca solo la parola. Chi di noi ha un rapporto privilegiato con un gatto, un cane, o un cavallo, si rende conto della straordinaria complessità di sentimenti e di emozioni che anche l’animale ha. Intuisce e sente che anche gli animali soffrono fino ad avere depressioni gravi, fino a morire di solitudine e di abbandono. Che patiscono i maltrattamenti e l’isolamento quanto gli umani. Che sanno amare come pochi di noi sanno fare, e senza ambivalenze. Che anche i gatti, a torto definiti egoisti, sono capaci di affezione e di dolcezze inattese e commoventi, come Dewey; che possono catalizzare l’amore degli altri, ed essere un balsamo per le loro ferite e le loro solitudini. Che sentono il nostro dolore, la nostra sofferenza, i nostri limiti, e possono essere la migliore terapia non solo per l’anima ma anche per il corpo: non a caso di parla di “pet therapy”, di terapia con piccoli animali (la loro presenza sta diventando importante, per esempio, nei reparti di pediatria e geriatria). Ma anche, e questo mi addolora più di tutto, che possono soffrire spaventosamente per le nostre crudeltà, il nostro egoismo, la nostra spietata indifferenza, la nostra arroganza, il nostro sadismo, il nostro abbandono. “Tanto è un animale” si dice, azzerando, con i nostri sensi ottusi e la nostra presunzione, la verità e lo spessore di sentimenti che gli animali hanno e ci donano, e che spesso non meritiamo.
L’augurio è che racconti di vita come questo, su Dewey e Vicki, ci stimolino a guardare i nostri amici animali con un altro sguardo, un altro rispetto e un’altra comprensione. Ci diano più sensibilità e capacità di immedesimazione. Ci incoraggino a vivere la pienezza di emozioni e sentimenti che un animale ci può dare, con gioia, attenzione e tenerezza. Sono davvero i nostri migliori amici. Possono darci un amore senza ombre, ad ogni età, tanto più gratificante quanto più noi sappiamo ascoltarli con le antenne dell’anima, e ricambiarli con pari empatia e sensibilità.

top

Parole chiave:
Ambiente, natura e animali - Riflessioni di vita

stampa

© 2009 - Il Gazzettino

ATTENZIONE: Ogni terapia va individualizzata e monitorata in ciascuna paziente dal medico specialista esperto nel campo. Queste schede informative non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza esplicito parere medico.