Pensiamoci.
L’anamnesi, la storia clinica, che da sola, se ben fatta, orienta il 51% della diagnosi, è ridotta a poche parole: mediamente un medico interrompe il paziente entro il primo minuto. Di fatto viene perduta la maggioranza degli indizi preziosi con cui il corpo rivela quello che sta succedendo e le sue conseguenze. La diagnosi, dal greco “dia-gnósis”, è propriamente un riconoscere (una patologia) attraverso due informazioni essenziali e non eludibili: i sintomi, che sono una richiesta d’attenzione e di aiuto, come dicevo, di cui la persona che abita quel corpo è la portavoce, per far dialogare meglio il corpo e il medico; e i segni obiettivi. Questi ultimi sono evidenziabili con una visita competente e accurata: quella semeiotica che è appunto l’arte di saper leggere sintomi e segni, con tanta maggiore efficacia diagnostica quanto più il medico ha “occhio clinico”. Ossia la capacità di leggere bene il “libro” del corpo e i problemi di salute grazie allo studio rigoroso e aggiornato della fisiopatologia, a una “testa” da investigatore (un Sherlock Holmes medico) e all’esperienza clinica. Poi vengono gli esami. Ma senza anamnesi e senza visita accurata, la diagnosi resta incompleta o francamente errata. La telemedicina, il fare tutto online, sigla il tradimento ultimo del corpo: da protagonista della malattia esso diventa un giocattolo rotto, da aggiustare rapidamente online, senza nemmeno vederlo.Quali sono le cause di questo tradimento? Sono molteplici.
Formative, anzitutto. Purtroppo oggi la formazione dei giovani medici è sempre più teorica e sempre meno clinica. Già oltre dieci anni fa, un medico statunitense in formazione trascorreva ogni giorno solo un’ora e mezza in corsia con i pazienti, e cinque ore e mezza al computer. Curiamo persone o articoli? Anche tutta quest’enfasi sulle linee guida va ridimensionata. Giusto e utile dare indicazioni che standardizzino la pratica clinica di un Paese, e idealmente del mondo intero, ma poi è la valutazione accurata del o della paziente che dovrebbe portarci a seguire strettamente quelle linee o ad andare in deroga, perché quel o quella paziente ha bisogno di una diversa strategia terapeutica. Con un medico così competente da essere in grado di scrivere sulla cartella clinica il perché va in deroga, così da potere difendere quella scelta in ogni sede. Per applicare le linee guida pedissequamente, basterebbe un robot con un buon livello di intelligenza artificiale.La seconda causa del tradimento del corpo è economica.
Con gli ospedali diventati “aziende”, e la parte economico-finanziaria divenuta prioritaria rispetto alle capacità di diagnosi e terapia, i tempi di consulenza per paziente stanno diventando sempre più ristretti. Dai 15 minuti, già insufficienti, oggi si propongono visite di 12 minuti, ancor più incompatibili con una valutazione rigorosa.Il terzo fattore di tradimento del corpo ha una forte complicità in molti pazienti, che pensano di essere più avanti degli altri se fanno “tutto online”.
Tonnellate di esami senza uno sguardo clinico che li interpreti e li faccia dialogare con sintomi e segni, e il tradimento del corpo è compiuto. Inizia così un “doctor shopping” infinito, con record di consulenze anche private, che possono arrivare a oltre trenta medici consultati già a trent’anni, senza uscire dall’incubo della patologia. Drammatico proprio nelle sindromi caratterizzate da dolore, di cui mi occupo da decenni. Come si fa, per esempio, a diagnosticare e curare la vulvodinia, la sindrome della vescica dolorosa, l’endometriosi alle prime battute e il dolore pelvico cronico, senza un’anamnesi accuratissima e una visita rigorosa?La medicina dovrebbe essere al servizio del corpo e della persona malata, con l’obiettivo di offrire eccellenza di diagnosi e cure. Oggi questa priorità è in allarme rosso. Siete d’accordo?
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