Alessandra GraziottinAlessandra Graziottin
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05/11/2019

Cancro al seno: il nemico nell’ombra


Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica
H. San Raffaele Resnati, Milano

Per gentile concessione di D La Repubblica

Non si sa quando attaccherà. E’ insidioso, silenzioso. Colpisce di più le donne giovani. Impone scelte drastiche. E prezzi alti per il corpo, per la salute, per gli affetti, per la vita. Lo ha conosciuto d’improvviso Maria, 38 anni, una bella famiglia, due maschietti gemelli e poi una bimba. Tutti nati col cesareo. Viene col marito. Una donna sottile, molto provata. Intuisco quanto deve essere stata bella, prima. I geni maligni, causa del suo cancro al seno, si chiamano BRCA1 e BRCA2, acronimi di Breast Cancer 1 e Breast Cancer 2. Sono noti grazie alla coraggiosa campagna informativa di Angelina Jolie, che ne era portatrice.
A Maria il tumore l’ha scoperto il marito, una sera, mentre l’accarezzava: «Una carezza che mi ha gelato! Ho sentito questo nodo duro, come una nocciola. Non sono un medico. Ma dentro ho sentito subito che era una cosa brutta. Siamo insieme da vent’anni, lei 18, io 28. La conosco bene, anzi la intuisco…». Lei sorride stanca.
«Purtroppo era un tumore, ci ha detto l’oncologo, molto bravo. Da operare subito, perché nelle giovani è più aggressivo. Quadrantectomia e linfonodo sentinella: negativo! Eravamo quasi felici, visto che sembrava ancora localizzato. L’oncologo restava guardingo: “E’ meglio fare il test genetico del BRCA1 e 2, quando il tumore colpisce così presto”. “Ma non c’è nessuno che abbia avuto un tumore al seno, in famiglia! – dice mia moglie – Solo la nonna ha avuto un tumore dell’ovaio da giovane, ed è mancata per quello”. “Appunto, signora – dice lui – Mi ascolti. Lo faccia”. Il referto ci dà la seconda mazzata: mia moglie è risultata positiva per entrambi. In auto, mentre tornavamo a casa, eravamo zitti tutti e due. L’angoscia ci bloccava le parole. L’oncologo era stato chiaro: “La scelta è difficile, signora, molto, ma può salvarle la vita. Bisogna togliere tutti e due i seni, e le ovaie. Il rischio di un secondo tumore, al seno o all’ovaio, è troppo alto: 60-80% per il seno, 60% per le ovaie. Quando lei ha deciso, lo facciamo subito”. Mia moglie si è messa a piangere, e non ha risposto. In auto, quasi a casa, mi ha detto: “Se non ci fossero i bambini, se non ci fossi tu, lascerei fare al destino. Ma bisogna combattere…”. “Sai che ci sono sempre”. “Allora mi opero subito”».
E’ lei che parla, ora: «Tutti pensavamo a evitare un altro cancro. Quando ho fatto i due interventi, ero sollevata. Il chirurgo plastico ha fatto un ottimo lavoro, il seno sembra quasi naturale, le ovaie e le tube li hanno tolti in laparoscopia. Anche l’utero, mi sentivo più sicura. Ma nessuno mi aveva detto cosa vuol dire “togliere le ovaie”. Un inferno, dottoressa. Neanche un mese era passato, e sono cominciate le vampate. Tremende, tante, sudavo, insonnia totale. Tachicardie, dolori articolari. Una secchezza vaginale totale, rapporti impossibili dal dolore. Nessuno mi vuole dare niente, perché ho avuto il tumore al seno. In un anno sono invecchiata di dieci anni, sono un rottame. Morirò di menopausa. Questa non è più vita. Anche i miei bambini mi guardano angosciati. Ho fatto la densitometria ossea che lei ci ha chiesto prima della visita: brutta, vero?».
«Sì, purtroppo c’è un’osteoporosi molto avanzata».
«Non può aiutarmi almeno lei? Siamo venuti perché lei pensa fuori dagli schemi…».
«La scelta è delicata. Va presa in collaborazione con il suo oncologo, che l’ha seguita molto bene. Il suo tumore non ha recettori per gli estrogeni né per il progesterone. Gli organi ormono-sensibili sono stati tolti. Se il tumore era localizzato, abbiamo buone chance. In vagina proporrei un ormone che resta solo lì, il prasterone, così togliamo secchezza e dolori. Per bocca, il deidroepiandrosterone, che è il progenitore di tutti gli altri ormoni: le può restituire energia, sonno e desiderio, ridurre l’osteoporosi, insieme all’attività fisica, e rinforzare i muscoli. Se restano troppe vampate, valuteremo per l’estrogeno. Ho bisogno però dell’aiuto di suo marito, signora, se lei è d’accordo».
Mi guardano sorpresi. «I muscoli che circondano la vagina sono molto contratti, bisogna fare esercizi di stretching per rilassarli, solo con gli ormoni il dolore non passa. Li insegno a suo marito, dato che abitate lontano».
L’oncologo concorda, per iscritto. Loro firmano il consenso. Dopo tre mesi, i benefici sono lampanti. Lei è felice: «Non speravo più di potermi sentire viva!». Alla visita, i muscoli pelvici sono rilassati, i rapporti vanno bene: «Bravo! – dico al marito – Un ottimo lavoro!».
Lui mi guarda intenso: «E’ lei la donna che amo. E’ lei la madre dei miei figli». Abbassa lo sguardo, commosso. C’è pudore, nell’amore. Una grande anima del Sud.

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ATTENZIONE: Ogni terapia va individualizzata e monitorata in ciascuna paziente dal medico specialista esperto nel campo. Queste schede informative non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza esplicito parere medico.