Alessandra GraziottinAlessandra Graziottin
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16/11/2016

Avere un figlio o essere un buon papà?


Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica
H. San Raffaele Resnati, Milano


Può un permesso obbligatorio di 15 giorni dopo il parto trasformare un uomo da padre anagrafico “che ha un figlio” a essere un buon genitore, un buon papà? Capace quindi sia di essere davvero presente nella vita del figlio/a con tenerezza, sollecitudine e affettuosa autorevolezza, sia di condividere a pieno titolo con la compagna le gioie e le responsabilità dell’essere genitore, così da lasciare a lei più tempo ed energie, anche per il lavoro? Non credo. Diventare genitori “sufficientemente buoni”, come direbbe John Bowlby, è un percorso maturativo che richiede ben altro di un permesso, per giunta obbligatorio e addirittura sanzionato se non usufruito! La provocazione di Tito Boeri, presidente dell’INPS, ha tuttavia il merito di riportare la riflessione su alcuni problemi nodali del diventare genitori in Italia. Paese dalle cicogne tardive, con età della donna al primo figlio di 31 anni e tre mesi, a pari merito con l’Irlanda, e con record mondiale di prime gravidanze dopo i 40 anni, ben il 6 per cento. Problematiche che ho analizzato in dettaglio in “Mamma a quarant’anni”, scritto con Valeria Cudini (Giunti 2015).
Innanzitutto, il permesso obbligatorio non può «spezzare il circolo vizioso che si è creato su un equilibrio sbagliato, che vede l'uomo con maggior potere contrattuale nello stabilire chi deve lavorare e chi deve stare con i figli», come dice Boeri. Nel primo periodo dopo la nascita il rapporto privilegiato, anche temporale, tra mamma e bambino nasce da bisogni primari biologici e affettivi del piccolo, non da questioni contrattuali (Dio ci scampi!). Il contatto di pelle con la mamma e con il suo odore, l’allattamento, la vicinanza fisica stabiliscono le basi della sicurezza biologica ed emotiva, la “base sicura” dell’identità e dell’equilibrio psicoemotivo del bambino, perché soddisfano il suo bisogno di “attaccamento affettivo”, di sentirsi amato, che nasce nella biologia (basti vedere tutti i neonati di mammifero) e si evolve nella cultura. Il padre può certamente integrare questo bisogno, ma non sostituirlo “contrattualmente”. Che il padre possa avere congedi straordinari di paternità di 15 giorni o più è giusto, ma dovrebbe considerarsi un’opportunità, non un obbligo. E non necessariamente nei primi 15 giorni! E se obbligo diventasse, provocazione per provocazione, dovremmo allora prevedere visite fiscali per vedere che effettivamente il neopadre stia in casa a curare il pupo e non sia invece andato a pescare, come spesso è successo anche nelle ammirate nazioni del Nord Europa. Certo che il padre è importante per lo sviluppo cognitivo del bambino! Ma il suo coinvolgimento è tanto più significativo quanto più nasce dal cuore, dalla motivazione interiore, dal suo desiderio di essere vicino al suo cucciolo che cresce, non perché glielo impone qualcuno. Oltretutto, vista l’atavica allergia degli italiani per le imposizioni, è ancora più alto il rischio che la misura sia controproducente.
Dal punto di vista biologico è invece molto interessante la questione dei primi 15 giorni dopo il parto. Sono giorni di particolare vulnerabilità, in cui la maggioranza delle neomamme può avere momenti di malinconia e di pianto: le “lacrime del latte”, come le chiamavano le nostre nonne. Malinconia squisitamente biologica, in primis, con due grandi cause, poco considerate: innanzitutto, il riassorbimento del muscolo uterino che, da oltre 1000-1500 grammi di peso a termine di gravidanza, ritorna ai normali 80-100 grammi. Questa massiccia involuzione provoca un’inondazione di molecole infiammatorie, con neuroinfiammazione e depressione, che può essere aggravata dall’anemia, accentuata con il parto. Proprio nei primi quindici giorni è essenziale una presenza femminile, come è stato per millenni: la madre di lei, o una zia amata, o un’ostetrica di fiducia; perché la neomamma si senta a sua volta aiutata in quello straordinario passaggio di esperienza reale che viene dall’aver avuto cura di altri figli in altre stagioni della vita. Nella frammentazione delle famiglie d’oggi, il neopapà può essere un aiuto, se le figure femminili sono lontane o comunque impossibilitate. Ma l’obbligo in sé non lo rende competente, né adeguato. Anzi, è possibile che quei giorni di congedo possano rivelarsi preziosi più avanti, quando la donna riprenderà il lavoro e una staffetta con lui a tempo pieno in casa, o nel passaggio al nido, per una o due settimane, potrebbe alleggerirla di molte preoccupazioni e tensioni al momento del rientro professionale.
In sintesi: è positivo incoraggiare un maggiore coinvolgimento dei padri nella cura dei figli e una maggiore flessibilità nell’investimento professionale. Ma l’obbligatorietà dei 15 giorni dopo il parto mi sembra il fiocco seducente su un regalo riciclato: la penalizzazione della carriera delle donne in Italia persisterà tal quale, purtroppo. Parità reale, di carriera e di stipendi, e ritrovata motivazione a maternità e paternità necessitano di un cambiamento, strutturale e culturale, molto più profondo. Ne saremo capaci?

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Parole chiave:
Attaccamento affettivo - Depressione post parto / puerperale - Genitori e figli - Gravidanza tardiva - Legislazione e giustizia - Paternità - Puerperio - Rapporto mamma-bambino - Riflessioni di vita

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© 2016 - Prof. Alessandra Graziottin

ATTENZIONE: Ogni terapia va individualizzata e monitorata in ciascuna paziente dal medico specialista esperto nel campo. Queste schede informative non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza esplicito parere medico.